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Castello Sforzesco Di Milano, Piazza d'Armi

CastelloSforzescoDi Milano

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Castello Sforzesco Di Milano

Descrizione

Ciò che ora vediamo del Castello Sforzesco corrisponde soltanto al nucleo principale del complesso edificio costruito da Francesco Sforza e dai suoi successori sulle fondamenta del Castello Visconteo, atterrato dai cittadini della Repubblica Ambrosiana nel 1447. Il quadrilatero attuale è costituito dalla Piazza delle Armi, che presenta nella facciata verso la città una torre, progettata dal Filarete (ora visibile nella ricostruzione di Luca Beltrami), posta in corrispondenza dell'ingresso principale, e due torrioni rotondi alle estremità est e ovest (Torrione dei Carmini e Torrione di Santo Spirito), elegantemente rivestiti in sarizzo tagliato a punta di diamante. Al principio del Novecento, alle cortine rivolte verso sud ed ovest sono stati addossati alcuni corpi di fabbrica, adibiti ad uffici. Le cortine interne, che chiudono a nord la piazza delle Armi, sono dominate al centro dalla Torre di Bona di Savoia, posta ad uno degli angoli della Rocchetta, e da un corpo di fabbrica che si ritiene edificato sulle fondamenta della medioevale Porta Giovia, una delle porte principali di accesso alla città: infatti il Fossato Morto situato in corrispondenza delle cortine murarie interne dovrebbe corrispondere al fossato che circondava le mura di Milano.

La seconda parte del quadrilatero è a sua volta individuata dalla Rocchetta e dalla Corte Ducale. La Rocchetta, situata a nord-ovest, è la parte più munita, con alte mura senza finestre nelle parti esposte ad eventuali attacchi; impreziosita da tre lati porticati nel Cortile interno, ingloba sull'angolo verso la campagna la Torre Castellana, di forma quadrata; a piano terra essa custodisce la Sala del Tesoro, con importanti affreschi di Bramantino. L'edificio della Corte Ducale ingloba invece la Torre Falconiera, anch'essa di forma quadrata. Al piano terra della Torre Falconiera si trova la Sala delle Asse, decorata da Leonardo da Vinci; al primo piano, la Sala XX, fu camera da letto di Isabella d'Aragona, moglie di Gian Galeazzo Sforza. La Corte Ducale si snoda ad U attorno ad un leggiadro cortile, il cui fondale architettonico è creato dal Portico dell’Elefante, così denominato per l'affresco che vi si conserva; al primo piano si accede tramite l'elegante scalone che conduce alla Loggetta di Galeazzo Maria.

Il quadrilatero interno finora descritto era a sua volta circondato da un fossato, difeso da una seconda cerchia rinascimentale che racchiudeva sia le cortine murarie poste a est e ovest, sia tutta la facciata posteriore verso il giardino degli Sforza, denominato Barco. Questo secondo giro di mura, costruito per rafforzare il Castello soprattutto in caso di attacchi dalla campagna, era denominato Ghirlanda, era munito di tre torri rotonde e si allacciava al quadrilatero interno tramite tre Rivellini, posti rispettivamente a nord, a est (Rivellino di Santo Spirito), e ad ovest (Rivellino dei Carmini).

Scheda Compilata da: Dott. Giuseppe Tropea Scheda Compilata da: Dott. Giuseppe Tropea

  • Ubicazione: Piazza Castello, 3 - Milano - Milano
  • Epoca: XV secolo
  • Proprietà: Comune
  • Condizioni: Ottime
  • Visitabile: Si, gratuito
  • Visitato da iCastelli.it: Si


Storia

1 - Le origini, il castello di Porta Giovia.

La fabbrica del fortilizio milanese oggi conosciuto con il nome di "Castello Sforzesco" trae la sua origine da un'iniziativa della famiglia Visconti, secondo le volontà di Galeazzo II, il quale diede ordine di creare spazio in una zona abitata da molti edifici civili e dalla chiesa di S. Protasio in campo, poco a nord del Duomo di Milano. Ebbe così inizio, nel 1358, la fabbrica del "Castello di Porta Giovia", concluso circa un decennio più tardi[1]. Il toponimo ha origine romano/imperiale e proverrebbe dalla volontà dell'imperatore Massimiano Erculeo, che, avendo allargato il circuito murario a difesa di Milano, diede ad una delle porte settentrionali della città il nome del defunto Diocleziano, il quale si fregiava in vita dell'appellativo di "Giovio"[2]. A Galeazzo II, morto nel 1378, succedette al trono il figlio Gian Galeazzo, in origine uomo pio e colmo di virtù, ma ben presto rivelatosi ambizioso e sanguinario. Alla sua sete di conquista si alternavano sprazzi di spiccato mecenatismo che portarono alla realizzazione di pregevoli opere architettoniche quali la Certosa di Pavia, il Duomo di Milano e, sempre nel capoluogo meneghino, l’ampliamento della fortezza di Porta Giovia. Al castello, infatti, venne annessa, nel 1392, una cittadella utile all’acquartieramento della guardia personale del futuro duca, su progetto dell’architetto Giovanni Magatti[3]. La tirannia di Gian Galeazzo ebbe termine nel 1402, anno in cui il duca fu stroncato da un accesso di febbre malarica. Lasciò un ducato parzialmente in disordine, due figli legittimi di minore età e un figlio illegittimo. Il regno venne diviso in tre parti, al primogenito, Giammaria Galeazzo toccò la signoria di Milano, retta temporaneamente dalla madre Caterina. Seguirono sei anni di torbide lotte tra le parti guelfe e ghibelline della città. Ne approfittò il figlio illegittimo Gabriele Maria Visconti, a cui era toccata in precedenza la signoria di Pisa. Costui, occupato il castello di Porta Giovia, ordinò un cannoneggiamento contro la città, che ebbe una durata di circa tre giorni. L’azione presuppone che le opere del castello fossero state aggiornate al fine di accogliere pezzi di artiglieria, all’epoca una parziale novità in campo bellico. Del presunto aggiornamento parrebbe sia rimasta traccia in una lettera datata in Milano al 10 ottobre 1404. In quell’anno Giammaria Galeazzo ordinò di nominare ingegnere generale del castello il medesimo Giovanni Magatti[4], architetto già protagonista dell’ampliamento del castello nel 1392. E’ possibile che in concomitanza della nomina, il nuovo architetto approntasse nuove opere difensive con lo scopo di accogliere cannoni di nuova concezione. Gli anni di torbide guerre intestine giunsero al termine nel 1408. L’intervento diretto di Giammaria Galeazzo stanò il fratellastro dal Castello Giovio, stabilendo nuovamente all’interno la corte principesca, così come il padre a suo tempo. Pare che anche Giammaria brillasse per il carattere particolarmente incline alla tirannia e alle efferatezze. Il regno durò poco, trucidato il sovrano il 12 maggio del 1412, la città piombò nuovamente nel disordine. Prese il potere il fratello di Giammaria, Filippo Maria conte di Pavia. Autonominatosi conte, prese la via per Milano, ove entrò, occupando immediatamente il castello, ancora in mano ai Visconti grazie alla fedeltà del castellano. Filippo Maria, dalla storiografia ottocentesca giudicato, similmente al fratello, di carattere ambiguo e incline alle efferatezze, dopo aver risanato i torbidi delle guerre intestine, si rinchiuse nel Castello di Porta Giovia, dal quale amministrò il nuovo stato, avendo riportato successi militari e diplomatici attribuiti, in realtà, più al genio del Conte di Carmagnola. Il 24 ottobre del 1441, Bianca Maria, figlia naturale di Filippo Maria, andò in sposa a Francesco Sforza, principe d’Este, matrimonio che pose le basi alla futura dinastia che governerà su Milano. Durante i decenni di regno, Filippo Maria ordinò nuovi rifacimenti al fine di migliorare e potenziare la dimora prediletta, il castello di Porta Giovia. E’ possibile che egli ordinasse di collegare la cittadella esterna con il castello interno; inoltre si ricorda anche “una gran sala nuova avanti la camera del paramento del duca sopra il giardino verso la porta Comasca”, ordinando di conseguenza fin dal 1427 ampliamenti[5] legati alle aree residenziali della fortezza, forse con la complicità del Brunelleschi, chiamato direttamente da Firenze[6]. Alcuni studiosi[7] ritengono che il castrum vero e proprio fosse stato costruito o ricostruito proprio da Filippo Maria, seguendo i consigli del Brunelleschi. L’altro edificio, il “castellum” o cittadella, poteva invece essere quella parte dell’intero complesso che sorgeva a sinistra rispetto a chi entrava dalla porta Giovia verso la città. Si tratta di supposizioni oggi poco dimostrabili senza dirette indagini sul campo, causa il profondo mutamento urbanistico delle aree intorno all’attuale castello. Filippo Maria spirò il 13 agosto del 1447, lasciando un regno nel disordine, minacciato ad oriente dai veneziani. Venne prontamente instaurata la repubblica ambrosiana, retta da una minoranza oligarchica. Si ordinò di abbattere il simbolo più importante della passata tirannia, il castello di Porta Giovia[8]. La demolizione durò circa tre anni, dal 1447 al 1450. L’opera di distruzione in realtà procedette a fasi alterne, si proclamò che i detriti (utili come materiale di riporto per edificare altri edifici) potessero essere portati via dal campo senza ulteriore tassa[9]. Il vasto giardino, che abbelliva l’austera fortezza, venne venduto al conte Vitaliano Borromeo. Si pose così termine ad un edificio protagonista attivo delle alterne vicende di una città ancora protagonista della storia dell’Italia settentrionale.

 

2 – Dal castello di Porta Giovia al Castello Sforzesco.

 La dinastia viscontea non era scomparsa con la morte di Filippo Maria. Rimaneva, infatti, la figlia naturale Bianca Maria, andata in sposa, nel 1441, a Francesco Sforza, il quale entrò a Milano il 26 febbraio del 1450, esautorando la repubblica ormai in preda ai disordini e nominandosi in maniera autonoma duca, poiché erede del suocero e  tralasciando di chiedere autorizzazione all’imperatore del Sacro Romano Impero. Fra le prime iniziative intraprese dallo Sforza vi fu quella di annullare l’ordine di demolizione del castello di Porta Giovia. Secondo un atto del 3 marzo 1450[10], la città di Milano si sottomise al dominio della nuova dinastia regnate, sicché Francesco Sforza si trovò in diritto di ricostruire una nuova reggia/fortezza per la famiglia, per quanto protestassero gli ottimati locali. Il nuovo sovrano garantì loro che come castellano sarebbe stato nominato sempre un patrizio locale[11]. I nuovi lavori ebbero presto inizio. Già il cantiere era in opera a giugno dello stesso anno di incoronazione. Il progetto prevedeva una pianta quadrata con torri angolari, delle quali quelle rivolte verso la città a pianta circolare, quelle opposte a pianta quadrata. Ciascun lato doveva misurare circa 184 metri, inoltre la nuova fortezza, in pianta, doveva per metà rientrare al di qua delle mura difensive di Milano, per un’altra metà rimanere all’esterno delle fortificazioni urbiche. La parte interna doveva possedere una vasta piazza d’armi, mentre la parte esterna doveva essere allestita per ospitare la “Rocchetta”, cioè il mastio del complesso, compresa di torre castellana e la corte ducale. Al fine di portare a compimento tale opera, venne affidata la direzione a numerosi ingegneri militari e architetti dell’epoca, fra i migliori del nord Italia. In principio vennero coinvolti Giovanni da Milano e Marcoleone Nogarolo[12]. I lavori procedettero intensamente. Nel 1452 si poteva dire ultimato il cortile bramantesco della nuova rocca e contemporaneamente si arredava la torre castellana, al fine di accogliervi il castellano, all’epoca tale Foschino degli Attendoli. Attendevano alle opere del castello anche Giovanni Solari, Antonio Longone e Viridis da Magenta. Nel 1451 un'epidemia di peste colpì Milano, trovandovi la morte anche l’architetto Giovanni, sostituito da Giacomo da Cortona. Nel 1452 venne chiamato a corte anche il Filarete, cioè Antonio Averulino da Firenze. Ancora nel 1454, dopo la pace di Lodi, venne ingaggiato Bartolomeo Gadio da Cremona, mantenendo la carica di architetto per circa venticinque anni. Egli, secondo un decreto del 19 novembre dello stesso anno, divenne “Commissarium suum omnium laboreriorum dicti castri”[13]. Nel 1457 era Carlo da Cremona a presiedere il riordinamento del giardino, popolandolo di fauna selvatica, quali caprioli e cervi[14]. Finalmente, nel 1464, venne assunto in qualità di ingegnere ducale Francesco Solari. Di lì a qualche mese, però, Francesco Sforza moriva, lasciando un edificio ancora non ultimato. Alla morte del duca, i lavori rallentarono, sebbene non fossero del tutto fermi. Il figlio, Galeazzo Maria, si trovava in quel frangente in Francia al comando delle truppe inviate dal padre in aiuto di Filippo XI. Egli, appresa la luttuosa notizia e dopo aver affidato il comando delle truppe a Giovanni Pallavicino di Scipione, si mosse in direzione di Milano, entrandovi il 20 marzo del 1466. Galeazzo Sforza, sposatosi con Bona di Savoja nel 1468, trasformò il castello paterno in una sfarzosa reggia, che fu principale protagonista delle vicende milanesi durante il basso medioevo. Il lusso imperante distingueva la corte sforzesca con magnificenza e sperpero di risorse. Venne edificata una stalla a solo uso della duchessa; nel 1471 fu spesa un’ingente somma per la cappella, che nel 1473 venne costruita ex novo attraverso un finanziamento di 1000 ducati. Si ritenne opportuno anche decorare con affreschi le sale residenziali del castello, pari a una spesa di 5400 ducati. Si iniziò con le sale poste intorno al cortile ducale. La sala grande, presumibilmente la sala verde, posta sopra la grande cappella, venne dipinta con affreschi raffiguranti boschi popolati di cervi, daini e ogni altro tipo di animale silvestre. Il motivo serviva come sfondo per raffigurare battute di caccia i cui protagonisti dovevano essere il duca stesso e i maggiori frequentatori della corte sforzesca. La stanza attigua alla grande sala venne decorata con i ritratti di Galeazzo Maria e della duchessa, oltre ad un ampio nugolo di nobili e “gentiluomini”. Infine, la camera superiore fu lumeggiata completamente in oro, tranne la volta ove venne affrescato un leone con “secchie”. Nel 1474, terminata la costruzione della cappella, si iniziò la decorazione di essa, essendo stati chiamati i migliori pittori milanesi dell’epoca. Fra costoro, è doveroso ricordare Vincenzo Foppa, Melchiorre da Lampugnano, Bonifacio da Cremona. Tornando ai lavori edilizi legati alla fortezza, nonostante la presenza uomini competenti e la perizia degli interventi, il castello fu protagonista di uno spiacevole incidente nel 1474. L’occasione fu una riunione per stipulare i patti nuziali tra Bianca Maria, figlia di Galeazzo, e Filiberto duca di Savoia. Durante la firma del contratto, in presenza degli ambasciatori di Filiberto, una chiave di ferro si spezzò, gettando nel panico i presenti, costretti a fuggire in cortile, avendo temuto il crollo delle volte. Fortunatamente l’episodio si concluse senza vittime o feriti[15].

 

3 – Il Castello Sforzesco durante il dominio di Ludovico Sforza, detto il Moro.

Galeazzo Sforza venne assassinato per mezzo di una congiura nel 1477. Seguirono giorni di notevole confusione. Venne acclamato duca il figlio Giovanni Galeazzo e il castello levò i ponti, chiudendo all’interno la famiglia ducale. La duchessa fu nominata tutrice del giovane figlio. Si decise, a causa degli orrendi fatti di sangue, di rafforzare il castello, privilegiando l’aspetto difensivo. Fu il castellano Filippo degli Eustachi a presentare un progetto con l’intenzione di rendere più robusta la rocchetta, rafforzandone l’angolo est per mezzo di una torre quadrangolare, chiamata Torretta, attraverso la quale si poneva in comunicazione la corte ducale con la rocchetta stessa, al fine di poter così resistere agli assedianti anche quando costoro avessero occupato il grande quadrato della piazza d'armi. Per tal motivo si decise anche di trasportare qui la sede del Consiglio di Stato, mentre il Consiglio di Giustizia rimaneva sempre nel vecchio palazzo ducale. All’aspetto difensivo si decise comunque di affiancare un riordino del giardino ducale. Durante il triennio 1480/1483 esso venne ampliato e circondato da una muraglia alta più di quattro metri, con otto porte, presso una delle quali abitava il custode. L’abbellimento estetico del castello ebbe, in realtà, come premessa un nuovo mutamento politico che investì ancora una volta Milano. Il 7 settembre del 1479 fu un fratello di Galeazzo Maria, Lodovico Sforza detto il Moro, a prendere il potere forte di un appoggio interno, nominandosi duca e tutore di Giovanni Galeazzo. Il governo che venne ad instaurarsi fu energico, ma anche liberale nei confronti dell’arte. Il castello divenne sempre più centro di carattere politico amministrativo. Purtroppo, a far le spese del nuovo indirizzo politico furono i seguaci di Giovanni Galeazzo, primo fra tutti il castellano Filippo degli Eustachi, sorpreso a tramare nell’ombra e dunque ridotto in catene e condannato per alto tradimento. Anche il tesoro, che il Moro accumulò durante i suoi anni di regno, fu custodito nel castello, esattamente al pianterreno della torre castellana della rocchetta. La stanza del tesoro era collegata per mezzo di una scala, ricavata nello spessore murario, agli appartamenti di Ludovico. Sulla consistenza delle ricchezze del Moro si possiede un resoconto lasciato ai posteri da parte della marchesa di Mantova, Isabella Gonzaga: “Hozi (nomignolo di Ludovico Sforza) ne ha mostrato el thesoro, qual altre volte ha anche veduto la S.V., ma con giunta de due casse piene de ducati et una de quarti, che ponno essere lunghe due brazza e mezzo l’una et large uno e mezzo et altrettanto alte; che Dio volesse che nui, che spendiamo volentieri, ne havessimo tanti![16]. Sotto il dominio del Moro il castello subì altri rimaneggiamenti: fu circondato da una vasta piazza, forse per aumentarne la valenza difensiva o al fine di rendere possibile future espansioni; all'interno si alternarono lavori di abbellimento e opere per il completamento del sistema difensivo sotto la direzione di Leonardo da Vinci e del Bramante[17], dei quali il primo avrebbe dipinto gli ornati delle sale del palazzo, avrebbe diretto i lavori per la costruzione del bagno della duchessa e di un padiglione al centro del labirinto del giardino. Il Bramante, invece, avrebbe diretto alcuni interventi legati ai portici del pianterreno e della parte posteriore della cappella. Morto, in circostanze poco chiare, Giovanni Galeazzo, il Moro, per mezzo di un vero e proprio colpo di stato, ottenne finalmente la corona ducale il 5 settembre del 1494, sebbene giungesse ufficialmente alla corona solo l’anno dopo, il 26 maggio del 1495. L’occasione fu propizia per rafforzare ulteriormente le difese del castello. Il nuovo castellano, Bernardino da Corte, progettò di completare la rocchetta con un porticato che si estendesse lungo la cortina confinante con la corte ducale. Sotto i nuovi portici dovevano essere alloggiati e conservati i pezzi d’artiglieria di stanza nel castello. Inoltre sembra si rendesse necessario rafforzare la guarnigione con trecento fanti tedeschi della compagnia di Giovanni di Volsheriche, oltre alla necessaria presenza di rifornimenti di legname e munizioni. Si aggiungevano lavori di manutenzione e miglioramento del castrum, quali l'abbellimento di alcune logge attraverso delicati affreschi, per dipingere i quali pare si decidesse di contattare il Perugino, che rifiutò la richiesta di intervento. Agli interventi forse si aggiunse nuovamente la mano di Leonardo, che decorò la “Sala Negra” con gigli su fondo azzurro puntinato da un manto di stelle. Al termine dei lavori il castello ebbe una forma, similmente a quel che ancor oggi è possibile osservare,  di un quadrilatero, del quale tre lati esterni chiudevano la piazza d'armi. Essi avevano merlatura definita ghibellina, sorretta da beccatelli. I perimetrali si caratterizzavano per una scarpatura che scendeva nel fossato. Il lato della fortezza rivolto verso la città si presentava, inoltre, compreso tra due torrioni a pianta circolare[18], impreziositi da un magnifico ordito a bugnato e del tutto privi di merlatura. Ad uguale distanza dai due torrioni angolari sorgeva quel che oggi è considerata la torre-porta del Filarete, ricostruita alla fine del XIX sec. secondo la forma originaria, avente una porta d’ingresso con due accessi, uno più ampio per i cavalieri, l’altro più piccolo per i pedoni. Superata la torre-porta e attraversata l’ampia piazza d’armi, dovevasi giungere al cospetto del palazzo ducale, protetto dalla rocchetta, delimitata dalla torretta di Bona di Savoia e rinforzata nell'angolo ovest da un'altra torre quadrata, nella quale era custodita la citata sala del tesoro. A nord della rocchetta trovava posto la “Ghirlanda”, una cortina muraria a ulteriore difesa del complesso fortificato e della quale oggi rimangono evidenti, a nord,  i resti di due torri circolari apparentemente non ultimate. Ai due fianchi, nord-est e sud-ovest, del castello sorgevano i due rivellini di Porta Vercellina e Porta Cumana. Questi ultimi lavori avvennero a ridosso della fine misera del dominio del Moro. Nel 1499 il re di Francia, Luigi XII, entrava a Milano, trovando una città priva di governo ducale, avendo Ludovico abbandonato il campo e rifiutando qualsiasi confronto con il nemico. I motivi di questa scelta risultano almeno in parte oscuri. Rimane il dato di fatto e la inevitabile decadenza artistica che colpì lentamente Milano, ormai priva dei grandi artisti raccoltisi attorno ad un Mecenate tanto geniale, quanto controverso.

 

4 – Le vicende del castello sotto gli ultimi Visconti/Sforza e l'inizio del dominio spagnolo.

Luigi XII, entrato in città senza incontrare la minima resistenza, venne accolto con tutti gli onori. Egli, infatti, era il legittimo erede dei vecchi Visconti. Inoltre, il castellano, Bernardino Corte, tradì la fede verso gli Sforza, avendo consegnato la fortezza senza opporre la minima resistenza. Sebbene questa decisione venisse giudicata ignominiosa, al castellano fu così possibile evitare spargimenti di sangue sia nei confronti degli assediati, sia nei confronti della cittadinanza.  Subito dopo la consegna del castello nelle mani del Re di Francia, anche la città si sottomise senza opporre particolare resistenza. Ma la quiete ebbe breve durata.  Il tre febbraio del 1500, ottomila fanti svizzeri e cinquecento borgognoni guadagnarono abilmente Milano al comando del cardinale Ascanio Sforza. Si trattava della tanto attesa controffensiva del Moro, preparata durante i lunghi mesi di esilio. Il duca entrò in città trionfalmente vestito di color damasco e cremisi, sebbene in cuor suo temesse la pesante risposta francese, che non tardò a giungere. Ludovico, infatti, ottenne un successo effimero. Egli, riconquistata anche la piazzaforte di Vigevano, si attestò presso la vicina Novara in attesa delle mosse nemiche. Di lì a poco, l’esercito francese costrinse il duca ad una battaglia campale, che ebbe agli inizi esiti incerti, ma che alla fine portò alla sconfitta di Ludovico, tradito soprattutto dai contingenti svizzeri. Tradotto in Francia, il Moro trascorse gli ultimi anni di vita in oblio. Milano venne nuovamente occupata dalla fazione filo francese. Il castello fu affidato al Rohan, cardinale di Amboise, che ebbe il compito di rendere più efficienti le fortificazioni del castello di Porta Giovia. Si decise, allora, di scavare un fossato in corrispondenza del rivellino del portone, presso il quale si abbassava il ponte levatoio. Inoltre vennero abbattute abitazioni, fra le quali il Broletto Nuovo, costruito per volontà del Moro, in corrispondenza del lato di Porta Comasina[19]. Anche dal lato di Porta Vercellna vennero rase al suolo alcune importanti strutture. Infine l’interno del castello venne rafforzato con l’aggiunta di nuove artiglierie e provvigioni. Il dominio francese su Milano ebbe a durare alcuni anni, mentre Ludovico il Moro terminava, tra il 1508 e il 1510, i suoi giorni rinchiuso all’interno del castello di Loches in Francia, tentando vanamente la fuga per una libertà mai più riconquistata. Le sorti della famiglia passarono nelle mani del giovane figlio, Massimiliano Sforza che alla fine del 1512 tentò di guadagnare nuovamente Milano, approfittando della lontananza di Luigi XII. Sebbene lo slancio iniziale promettesse bene, Massimiliano impantanò le proprie truppe innanzi al Castello Sforzesco, ben difeso dai Francesi. Ancora nell’estate del 1513, circa sei mesi dopo l’inizio dell’assedio, la guarnigione di re Luigi era in grado di cannoneggiare selvaggiamente la città. Il castello cadde prima degli inizi del 1514, per sfinimento degli occupanti, grazie anche alla crisi in cui versava il regno di Francia sconfitto dagli Inglesi nella battaglia di Guinegate[20]. Sgomberata la piazzaforte, il castello venne insediato da Francesco Sforza, permettendo finalmente al duca Massimiliano di avere piena sovranità sull’intera Milano. Seguirono mesi di apparente tregua. Fu anche possibile radunare il consiglio generale, in silenzio da circa quarant’anni. Ma il nuovo Sforza dovette fare i conti anche con le truppe mercenarie svizzere, che avevano rinfoltito l’esercito ducale contro i Francesi. Essi chiedevano 300 mila ducati come soldo militare. Il pagamento dell’ingente somma ricadde sulla popolazione milanese, che reagì con seri tumulti, innanzi ai quali Massimiliano Sforza dovette scendere a patti cedendo, in cambio della somma, vicariati, provvisioni e le giudicature delle strade e delle vettovaglie, oltre a vendere alla città di Milano i due canali navigabili del Naviglio grande e del Naviglio della Martesana. Tali manovre economiche rendevano evidente quanto le casse ducali fossero svuotate, necessitando di nuova linfa oltre che di nuove difese, poiché l’esercito francese era ancora una volta alle porte di Milano, avente un’avanguardia accampata presso il sobborgo milanese di S. Cristoforo sul Naviglio Grande. Ma la vendita di privilegi e beni materiali pare comunque servisse solo a ripagare i debiti, la difesa della città fu all’inizio affidata alla popolazione cittadina, mentre i pochi uomini d’arme rimanevano asserragliati col duca dentro il Castello di Porta Giovia. Vittima di una situazione politica più grande di lui, il duca Massimiliano provò a raggranellare denaro utilizzando metodi poco ordonossi, quale il pagamento di riscatti innanzi a sequestri di facoltosi milanesi rinchiusi contro la loro volontà all’interno delle segrete del castello. Queste estorsioni permisero al sovrano di pagare il soldo alle truppe svizzere di Matteo Schiner, giunte in aiuto alla città di Milano contro i Francesi. La tensione sfociò in una battaglia campale avvenuta a S. Donato, nei pressi di Melegnano, dove i Francesi ebbero la meglio sugli Svizzeri e tre giorni dopo furono in grado di rioccupare Milano, assediando Massimiliano Sforza, rinchiuso con poche guardie all’interno del castello, che cadde circa quindici giorni dopo, sottoposto al pesante bombardamento di pezzi di artiglieria. Gli ingenti danni alla cinta muraria esterna e la mancanza di viveri costrinsero il duca alla resa incondizionata. In cambio della rinuncia dei suoi Stati (firmata il 5 ottobre 1515), gli fu risparmiata la vita, gli venne concesso un vitalizio di settantaduemila lire tornesi e venne portato a concludere i propri giorni in Francia. Sullo stato del Castello Sforzesco poco prima dell’assedio si possiede una descrizione da parte di un ufficiale francese, Pasquer de Mayne. Egli ricorda grandi appartamenti, una sala lunga 63 passi e larga 29 presso la rocchetta. Inoltre menziona le scuderie costruite secondo la volontà del Moro, aventi una copertura a volta sostenuta da cinquanta colonne su doppia fila e una ampiezza di 120 passi in lunghezza e 14 in larghezza[21]. De Mayne accenna anche ai gravi danni recati al lato destro del castello da parte delle artiglierie di Pietro da Navarra[22]. Al cannoneggiamento francese si aggiunse, nel 1521, lo scoppio di una polveriera che danneggiò gravemente o distrusse del tutto la torre detta oggi del Filarete, ricostruita solo alla fine del XIX secolo[23]. Tornati in possesso della città, i Francesi non ebbero possibilità di mantenerne a lungo il possesso, né furono in grado di restituire un seppur breve intermezzo di pace. Fu l’ultimo Sforza, Francesco, duca di Bari, a tentare la riconquista. Egli già nel 1522  entrava in Milano, assediandone il castello che opponeva fiera resistenza. Infatti solo agli inizi del 1524 fu possibile  assicurare la fortezza alle armate ducali. Tuttavia Francesco II Visconti Sforza non ebbe il tempo di assaporare in pieno il gusto della vittoria. Cadde vittima di un attentato qualche mese dopo la caduta del castello. Sopravvisse, sebbene gravemente ferito. I fatti ben presto precipitarono e i Francesi tentarono un nuovo rientro in città. Riparato il duca a Soncino, si pervenne ad una battaglia campale presso Pavia, il 24 febbraio 1525[24]. La vittoria arrise a Francesco Sforza, forte dell’aiuto delle truppe imperiali spagnole. Fu però una vittoria sofferta, soprattutto per le pesanti conseguenze imposte dall’allora sovrano spagnolo Carlo V. Inoltre la salute del giovane duca peggiorava di giorno in giorno, rendendolo lentamente inabile a sovrintendere alle numerose faccende del ducato. Si decise di entrare a far parte della Santa Lega, alla quale facevano parte Inglesi, Svizzeri, Veneziani, Fiorentini, Santa Sede e paradossalmente Francesi, uniti nello scopo di impedire le mire espansionistiche spagnole in Europa e Italia. L’alleanza non sortì gli effetti voluti, avendo come conseguenza la reazione del marchese di Pescara, allora fido luogotenente spagnolo, che mosse contro Milano alla testa di un forte contingente militare. Il castello di Porta Gioia fu così sottoposto ad un altro lungo assedio. Nell’aprile del 1526, dopo circa sei mesi d’assedio, il popolo milanese entrò in rivolta, scontrandosi con l’esercito invasore e il relativo comandante, duca di Leyla, subentrato al posto del deceduto marchese di Pescara. Si ebbero settimane di grande confusione e lotta senza quartiere. Mancava la coordinazione necessaria al fine di ricacciare gli Spagnoli fuori dalla città. Il duca rimaneva rinserrato all’interno del castello, debole di salute e privo di una chiara visione dei fatti. Stremato dal lungo assedio, nonostante che i rinforzi della Santa Lega fossero già a Lodi, Francesco II decise di scendere a patti con Carlo di Borbone, siglando un trattato il 24 luglio 1526[25]. Il duca, esule prima a Como e secondariamente a Lodi, ebbe la possibilità di rientrare a Milano, previo pagamento di circa 800.000 scudi, solo agli inizi del 1530. Per prima cosa si premurò di rinforzare le difese della città, così come testimonia un documento giunto ai giorni nostri e dal quale si apprende, nelle linee generali, il resoconto delle iniziative intraprese[26]. Nonostante l’interesse mostrato per la città, il duca non ebbe la possibilità di far proseguire le opere secondo un progetto ben definito. Egli, infatti, spirò cinque anni dopo il suo ritorno, il primo novembre del 1535, non lasciando eredi. Ne trasse immediato vantaggio Carlo V, che ordinò al de Leyva di impossessarsi di Milano in nome dell’imperatore, diretto signore feudale. Carlo promise ai cittadini milanesi di rispettare tutti i diritti e i privilegi goduti fino ad allora. Inoltre confermò le modalità di amministrazione che reggevano la città da secoli. In realtà, dopo la morte del duca, bramavano il possesso di Milano sia il re di Francia, sia il figlio naturale del Moro, Gian Paolo Sforza, all’epoca Marchese di Caravaggio. I due aspiranti furono privati di ogni possibile speranza, sia perché l’Impero di Spagna non aveva alcuna intenzione di cedere un nodo così importante della penisola alla rivale Francia, sia perché Gian Paolo Sforza perì nel tentativo di raggiungere Carlo V a Napoli, concludendo così la successione dinastica dei Visconti/Sforza sul Ducato di Milano. Nel 1536 fu temporaneamente inviato a governare Milano il cardinale Marino Caracciolo. 278.


5 – Il Castello Sforzesco durante il dominio spagnolo.

Prossimamente...

 

 

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[1] B. Corio, Historia di Milano.

[2] P. Grazioli, De praeclaris Mediolani aedificiis quae Aenobarbi cladem antecesserunt dissertatio cum duplici appendice altera de sculpturis ejusdem urbis ... altera de carcere Zebedeo ... D. Petro Gratiolio Bononiensi ... auctore. Accessit Rythmus de Mediolano jam editus, ab eodem vero emendatus, & notis auctus. - Mediolani : in Regia curia, 1735.

[3] C. Canetta, Vicende edilizie del castello di Milano sotto il dominio sforzesco, 1883, pag. 7 e seg.

[4] C. Felice, Il Castello di Porta Giovia e sue vicende nella storia di Milano, pag. 19, nota 1.

[5] Sugli ampliamenti delle aree residenziali, C. Casati, Vicende edilizie del Castello di Milano, Brigola 1979, 116 e seg.

[6] M. Gasparo Bugati, Historia universale, Venezia 1571.

[7] G. Mongeri, Il castello di Milano, Archivio Storico Lombardo, anno IX, settembre 1884, pp. 32 e seg.; C. Felice 1894, pag. 23.

[8] L. Beltrami, Il castello di Milano sotto il dominio degli Sforza, Milano 1885, Colombo e Cordani, pp. 342 e seg.

[9] C. Casati, Archivio Civico, pp. 69 e 70.

[10] Come riporta un atto conservato presso l’Archivio di Stato di Milano.

[11] Verri, Storia di Milano (prima ed.), vol. II, pag. 44.

[12] Notizie dei professori di belle arti che fiorirono in Milano sotto i Visconti e gli Sforza, parte II, p. 43.

[13] P. Canetta, Vicende edilizie del Castello di Milano sotto il dominio sforzesco, in Archivio Storico Lombardo, anno X, pag. 327.

[14] L. Beltrami, Il Castello di Milano sotto il dominio degli Sforza, Milano 1885, pag. 507 e seg.

[15] Corio, Storia di Milano.

[16] Archivio Storico Lombardo, anno 1890, pag. 356

[17] Nessuno degli interventi di intrambi gli artisti risulta ben documentato. Solo sui lavori di Leonardo si ha menzione in Memorie Storiche di Leonardo da Vinci, Milano, Società dei classici italiani, 1804.

[18]           F. Calvi, Il castello visconteo-sforzesco nella storia di Milano, dalla sua fondazione al dì 22 marzo 1848, Milano 1894, pp. 112 e seg. Le due torri circolari sono state sottoposte a notevoli variazioni nell’arco dei secoli. Durante il triennio della repubblica Cisalpina e ancor più durante i mesi dell’insurrezione del 1848 i due edifici subirono una riduzione notevole dell’altezza. 

[19] Cronaca di A. Paullo, in Miscellanea di Storia Italiana, Torino 1883, pag. 159.

[20] La battaglia avvenne il 16 agosto del 1513 presso la località francese oggi conosciuta come Enguinegatte.

[21] Calvi, op. cit., pag. 168. Le scuderie sono oggi scomparse, sebbene sia lecito supporre che avessero una forma simile a quelle del castello di Vigevano, recentemente restaurate.

[22] Archivio Storico Lombardo, anno 1890, p. 419  e seg.

[23] Sul disastro che colpì il castello nel 1521 le fonti sono ricche di descrizioni. E’ doveroso ricordare soprattutto la Cronaca di Antonio Grumello.

[24] Galantino, Storia di Soncino. Francesco Sforza si avvalse dell’aiuto del generale Carlo Borbone, al servizio di Carlo V. Il consiglio di battaglia si tenne a Soncino.

[25] I capitoli del trattato trovano luogo in: “Documenti che concernono la vita pubblica di Gerolamo Morone”, raccolti da G. Muller, in Miscellanea di Storia Italiana, t. III, pag. 586, Torino 1865.

[26] Il documento è custodito presso l’Archivio Melzi d’Eril e in esso si ricordano anche le modalità di approvvigionamento del materiale edilizio necessario: “… Far cavare il chiappo per tutto il dominio nostro, condurelo a Milano, comandare navi, naviroli, carra, bovi, guastatori, far fare cavamenti, et portar terra secondo il bisogno sopra le possessioni et beni de qualunque intorno alli reffossi, et fare ogni altra cosa et espediente, et necessaria per dicta reparatione…”

 


Bibliografia

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Prezzi / Orari 2014

Periodi:

  • 01/11/2009 - 31/03/2010 - Orario: 07:00 - 18:00
  • 01/04/2010 - 31/10/2010 - Orario: 07:00 - 19:00

Tariffe:

  • La visita è gratuita

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Ingresso gratuito (Musei del Castello esclusi).

Orari di apertura per i Musei del Castello:
- dal martedì alla domenica: 9.00 - 17.30 (l'accesso è consentito fino alle ore 17.00).

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TARIFFE per i Musei del Castello

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Ingresso gratuito: fino ai 18 anni

Ingresso con riduzione: dipendenti del Comune di Milano, studenti delle Università e delle Accademie delle Belle Arti, adulti oltre i 65 anni d'età.

Ingresso libero: venerdi, dalle 14.00 alle 17.30 - martedi, mercoledi, giovedi, sabato e domenica dalle 16.30 alle 17.30 (accesso consentito fino alle 17.00)


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