Castel Nuovo O Maschio Angioino

Castello Campania, Napoli - Napoli

Epoca
XIII Secolo
Visitabile
Si, gratuito
Proprietà
Comune

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Descrizione

Il Castel Nuovo o Maschio Angioino si presenta di pianta irregolarmente trapezoidale ed è formato da cinque grandi torri cilindriche, quattro rivestite di piperno e una in tufo, e coronate da merli su beccatelli. Le tre torri sul lato rivolto verso terra, dove si trova l'ingresso, sono le torri "di San Giorgio", "di Mezzo" e "di Guardia" (da sinistra a destra), mentre le due sul lato rivolto verso il mare prendono il nome di torre "dell'Oro" e di torre "di Beverello" (ancora da sinistra a destra). Il castello è circondato da un fossato e le torri si elevano su grandi basamenti a scarpata, nei quali la tessitura dei blocchi in pietra assume disegni complessi, richiamando esempi catalani.

Sul lato del castello rivolto al mare si affaccia la parete di fondo della "Cappella palatina", o chiesa di "San Sebastiano" o di "Santa Barbara", unico elemento superstite del castello angioino trecentesco, sebbene danneggiata nel terremoto del 1456 e in seguito restaurata. La facciata sul cortile interno presenta un portale rinascimentale con rilievi di Andrea dell'Aquila e di Francesco Laurana e un rosone, rifatto in epoca aragonese.

All'interno, illuminato da alte e strette finestre gotiche, si conservano solo scarsi resti dell'originaria decorazione affrescata, opera di Maso di Banco e un ciborio di Iacopo della Pila, datato alla fine del Quattrocento. Una scala a chiocciola accessibile da una porta a sinistra consentiva di salire alla "sala dei Baroni". L'interno fu affrescato da Giotto verso il 1330 ma il contenuto di questo ciclo d'affreschi è quasi interamente perduto anche se rimane descritto nei versi di un autore anonimo in una raccolta di sonetti del 1350 circa.

Tra le due torri che difendono l'ingresso (torri "di Mezzo" e "di Guardia") venne eretto un arco di trionfo in marmo, destinato a celebrare il ricordo dell'ingresso di re Alfonso nella capitale. L'opera trae ispirazione dagli archi di trionfo romani. Un arco inferiore, inquadrato da colonne corinzie binate, presenta sui fianchi del passaggio rilievi che raffigurano Alfonso tra i congiunti, i capitani e i grandi ufficiali del regno; sull'attico il rilievo raffigurante il Trionfo di Alfonso.

Un secondo arco si sovrappone al primo, con colonne ioniche binate, e doveva ospitare la statua del re. Sull'attico le statue delle quattro virtù (Temperanza, Giustizia, Fortezza e Magnanimità), collocate entro nicchie, sormontate da un coronamento a forma di timpano semicircolare, con figure di fiumi e in cima la statua di San Michele. Le sculture sono attribuite ad importanti artisti del tempo: Guillem Sagrera, Domenico Gagini, Isaia da Pisa e Francesco Laurana.

La "Sala dei Baroni" è la sala principale del Maschio Angioino. Prende il suo nome dal fatto che nel 1487 alcuni dei baroni che congiurarono contro Ferrante I d'Aragona furono da lui invitati in questa sala per celebrare le nozze della nipote. In realtà era una trappola: i baroni furono arrestati e alcuni di loro messi a morte.

Collocata all'angolo della torre "di Beverello", tra il lato settentrionale e il lato orientale, rivolto al mare, l'ampia sala (26 m x 28 m), opera di Guillem Sagrera, è coperta da una volta ottagonale poggiante su grandi strombature angolari e munita di costoloni che formano un disegno a stella. Sul lato rivolto verso il mare, tra due finestre crociate aperte verso l'esterno, si trova un grande camino, sormontato da due palchi per musicisti.

Tra le opere d'arte ancora presenti nella sala c'è il marmoreo portale bifronte di Domenico Gagini, due bassorilievi sui quali sono raffigurati il corteo trionfale di Alfonso d'Aragona e l’ingresso del Re nel castello, un portale catalano attraverso il quale si accede alla Camera degli Angeli. Una citazione a parte merita la scala a chiocciola in piperno, oggi inagibile, che conduce alle terrazze superiori. Il pavimento della Sala era decorato con maiolica invetriata bianca e azzurra, provenienti da Valencia.

La sala, sebbene danneggiata da un incendio nel 1919, è rimasta tuttavia l'unica del castello che conserva ancora il suo antico aspetto. Fino al 2006 ha ospitato le riunioni del consiglio comunale di Napoli.

Naturalmente come ogni castello che si rispetti, il Maschio Angioino dispone di ampi sotterranei e di tetre prigioni; c'è poi una cella detta "Cella del Coccodrillo" che, racconta la leggenda, si cibava dei nemici dei regnanti e degli sfortunati amanti della regina Giovanna.

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rosa procopio

  • 09/01/2011

Fantastica ed emozionante la descrizione del Castello, non vedo l'ora di visitarlo....sono una guida turistica di Santa Severina(Kr), non mi pare giusto lasciare entrare turisti, che porterebbero economia in un sud così disperato, gratuitamente. Almeno per quanto leggo su questo sito!!!! La cultura come fonte di lavoro, è lo slogan che mi sento ripetere continuamente....ma se nessuno paga per vedere le nostre meraviglie, come viviamo noi che lavoriamo nel settore??? Saluti, Rosa.

Storia

Il castello, detto anche Nuovo per distinguerlo da quelli già esistenti dell'Ovo e di Capuana, fu costruito verso la fine del XIII secolo al tempo della dominazione angioina della città. Un secolo e mezzo più tardi venne ricostruito quasi completamente dagli Aragonesi che, nel frattempo, si erano sostituiti agli Angioini nel Regno di Napoli. La nuova costruzione è una singolare testimonianza del passaggio dallo stile gotico medievale alla nuova cultura rinascimentale.

La caratterizzano le cinque torri cilindriche ornate di merli e l'Arco di Trionfo di Alfonso I d'Aragona, serrato fra due di esse. Il castello, oltre a costruire il fulcro difensivo della città, servì anche come residenza reale per circa un secolo. Il nome di Maschio Angioino, attribuito impropriamente al complesso, risale a fine Ottocento quando vennero demolite le fortificazioni cinquecentesche costruite attorno al nucleo iniziale. Occupata Napoli, nel 1266, Carlo d'Angiò non trovò adeguata la residenza reale di Castel Capuano, che pure era stata resa fastosa ed accogliente da Federico II, e volle costruirsi una reggia fortificata, preferibilmente prossima al mare.

Scelse una zona fuori le mura, conosciuta col nome di Campus oppidi, nel cui centro sorgeva una chiesetta francescana. Il tempietto fu demolito e ricostruito altrove a spese del sovrano e i lavori della nuova residenza, denominata Castel Nuovo, furono affidati, secondo i registri angioini, agli architetti francesi Pierre de Chaulnes e Pierre d'Angicourt anche se il Vasari assegna il progetto a Giovanni Pisano. Di schietta architettura gotica, il maniero fu iniziato nel 1279 e finito nel 1282. Aveva una pianta quadrilatera irregolare, quattro torri di difesa, alte mura merlate dalle strettissime feritoie, un profondo fossato che lo circondava interamente e un ampio portale d'ingresso con ponte levatoio.

Carlo d'Angiò, però, non vi abitò mai mentre vi si stabilì il figlio Carlo II, che ordinò radicali lavori di ampliamento. Altri lavori di ristrutturazione e di abbellimento furono fatti eseguire da Roberto d'Angiò detto il Saggio, che si servì anche dell'opera di Giotto che lavorò a Napoli dal 1328 al 1333 affrescando, fra l'altro, anche la Cappella Palatina con "Scene del Nuovo e del Vecchio Testamento", opere che oggi non esistono più, forse distrutte da uno degli innumerevoli terremoti. Anche Boccaccio visse a Napoli in quegli anni così come Tino di Camaino perché Roberto d'Angiò amava circondarsi di artisti e letterati.

Durante il periodo angioino fra le mura di Castel Nuovo si verificò uno dei più noti eventi della storia medioevale: il "gran rifiuto" di Celestino V il 13 dicembre del 1294. Sempre nelle sue sale, il nuovo conclave elesse il cardinale Benedetto Caetani che con il nome di Bonifacio VIII fece rimpiangere moltissimo il vecchio eremita. Alla morte di Roberto il Saggio il castello fu abitato da Giovanna d'Angiò, descritta dai più come donna frivola e vogliosa che, fra l'altro, non esitò a commissionare l'assassinio del marito Andrea d'Angiò, fratello del re d'Ungheria. Anche la seconda regina di nome Giovanna, sorella di re Ladislao, salita al trono nel 1414, fu donna di costumi alquanto "liberi", la leggenda racconta che facesse uccidere tutti i suoi amanti per evitare che andassero in giro a parlare male di lei.

Fortunatamente nel 1442 la corona di Napoli fu cinta da Alfonso d'Aragona detto il Magnanimo, mecenate di eccezionali virtù; presso la sua corte sorse la famosa Accademia Pontaniana che coinvolgeva i migliori ingegni di cui disponeva il Mezzogiorno. Alfonso d'Aragona ordinò una radicale ristrutturazione della sua residenza all'architetto aragonese Guglielmo Sagrera che diede alla costruzione l'aspetto che oggi conserva quasi integralmente. Ancora oggi si può ammirare la conformazione della sala maggiore, un miracolo di statica architettonica, alta una trentina di metri, la quale presenta una copertura a costoloni che, partendo dal centro, si congiungono elegantemente alle solide mura perimetrali. Questa sala è detta "dei Baroni" perché nel 1486 Ferrante d'Aragona, figlio di Alfonso, vi riunì tutti i baroni del regno per arrestarli in massa.

Alfonso fece inoltre erigere il magnifico arco di trionfo collocato all'ingresso del castello e ritenuto dagli esperti una delle più belle opere del Rinascimento italiano. Esistono ben quattro nomi di suoi possibili autori: Guglielmo da Majano, Luciano Laurana, il Pisanello e Pietro da Milano.
Nel corso degli avvenimenti bellici che videro i Francesi contrapposti agli Spagnoli il castello fu più volte saccheggiato e privato di ogni ricchezza quindi sopravvisse in un clima di ordinato grigiore per più di due secoli e solo nel 1734, con l'incoronazione di Carlo di Borbone, riassunse una certa dignità. L'ultimo avvenimento degno di nota si registrò nel 1799, quando i Francesi vi proclamarono la costituzione della Repubblica Partenopea.

Con l'arrivo dei borboni inizia dunque il lento declino della fortezza. La cinta bastionata cinquecentesca venne quasi totalmente distrutta dopo il 1860. I fossati furono colmati, il Baluardo del Molo, il Bastione della Maddalena, il Torrione dell'Incoronata, furono demoliti prima del 1875. Nel 1886 venne cancellato il colossale Baluardo di S. Spirito. Scompariva così una straordinaria testimonianza dell'evoluzione dell'arte militare moderna, con forme e proporzioni probabilmente uniche nell'intera Penisola, superiore, forse, anche agli episodi del castello di Bari e del castello di Augusta. Una perdita della cui gravità, ancor oggi, non ci si è ancora pienamente resi conto.

Dagli inizi del nostro secolo sino alla vigilia del secondo conflitto mondiale il castello sarà interessato, a più riprese, da una serie di restauri volti a recuperare soprattutto la veste originaria Aragonese del complesso, che saranno in prevalenza condotti dal Filangieri. Oggi il Castelnuovo di Napoli ospita la sede del Museo civico della Città, oltre ad essere sede di uffici dell'amministrazione cittadina. Nell'antica Gran Sala gotico-catalana si svolgono periodicamente le sedute del Consiglio Comunale.

 

Indirizzo: Piazza Municipio

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