Palazzo Ducale Di Parma

Castello Emilia Romagna, Parma - Parma

Epoca
XVI Secolo
Visitabile
Si, gratuito
Proprietà
Comune

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Descrizione

Nel cuore di Parma, a pochi passi da Piazza Garibaldi, s’incontra il simbolo della città e uno dei più affascinanti monumenti dell’arte italiana: il Palazzo Ducale, che attualmente ospita il Comando provinciale dei Carabinieri e diventerà la sede di rappresentanza dell’Authority Alimentare Europea.

L’imponente bellezza dell’edificio non è che un preludio del fascino degli interni e del suggestivo giardino che lo attornia, e nell’insieme si può semplicemente affermare che si tratta di un luogo da visitare a patto che gli si possa dedicare il tempo necessario per apprezzarne tutti i particolari.

Prima di entrarvi è interessante scoprire, seppur per sommi capi, la storia che ha portato il Palazzo alla sua attuale immagine e magari tentare di ricostruire, con l’aiuto della fantasia, le sue vesti originali. Infatti, dal 1561, quando fu fatta edificare da Ottavio Farnese, la residenza ducale è stata modificata e rivisitata svariate volte.

La costruzione iniziale portava la firma del Vignola e vantava una grande scala doppia con grotta centrale che ornava l’ingresso, eliminata nel corso del ‘700 da Ennemond Petitot per dare alla costruzione un aspetto più classicheggiante. Un altro particolare che non può essere ammirato dal visitatore odierno, e della cui esistenza peraltro non si ha la certezza assoluta, è costituito dalla monumentale fontana opera di Giovanni Boscoli da Montepulciano, che nel ‘500 presumibilmente occupava il cortile, adorna di statue e di un ponte per l’accesso al Palazzo.

Ulteriori interventi di carattere architettonico furono attuati da Nicolò Bettòli nei primi decenni dell’800, per conto della Duchessa Maria Luigia. Dall’800 ad oggi il Palazzo, col suo caratteristico “giallo Parma”, non ha subito sostanziali modifiche, anche se è stato seriamente danneggiato durante il secondo conflitto mondiale.

Anche le opere delle sale interne hanno visto alternarsi numerosi artisti. La decorazione pittorica risale alla seconda metà del secolo XVI e a buona parte di quello successivo. Gli affreschi migliori sono ancora leggibili: nell’ala est ne sono autori, per quanto riguarda la “Sala dell’Ariosto”, Girolamo Mirola (morto nel 1570); per la “Sala dell’Aetas Felicior”, nel 1572, Jacopo Zanguidi detto Il Bertoja (1544-1574) con il Mirola; per la “Sala degli Amori”, dal 1601, Agostino Carracci (1557-1602); per la “Sala di Erminia”, negli anni attorno al 1627, Alessandro Tiarini (1577-1668), mentre intorno al 1680 Carlo Cignani (1628-1719) terminava la “Sala del Carracci” con scene mitologiche.

Per quanto riguarda l’ala ovest, attorno al Seicento nella “Sala delle leggende” Gian Battista Trotti, detto Il Malosso (1555-1619) decorava “Il Trionfo di Bacco”, “Il Sacrificio di Alcesti”, “Circe e i compagni di Ulisse”; nella stessa si trovano anche due paesaggi ascritti a Jan Sons (1533-1611). Risale invece alla metà del XVIII secolo la volta decorata con 204 figure di volatili in stucco ad altorilievo, opera di Benigno Bossi (1727-1792/97).

Non è necessario fare un eccessivo sforzo d’immaginazione per ricreare gli antichi momenti di svago che dovevano animare la Sala dell’Aetas Felicior, detta anche “del Bacio”, dove lungo il cornicione si legge la massima “Trahetas sua quemquae voluptas” (Ognuno è schiavo del proprio piacere). Qui Girolamo Mirola e il Bertoja vollero rappresentare il mito di Venere e Amore e l’età felice. L’abbraccio di Venere e del figlio Cupido vorrebbe infatti evocare la splendida età dell’oro, mitico periodo in cui gli uomini vivevano felici in una dimensione fuori dal tempo. Venere e Cupido possono abbracciarsi senza temere lo sguardo di Saturno che, recando la falce, li osserva.

Uno dei luoghi più suggestivi del palazzo è rappresentato dalla Sala dell’Ariosto, così chiamata per la decorazione ad affresco del Mirola, nella quale sono raffigurati episodi tratti dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Sebbene siano state per tanta parte oggetto di restauro, le scene conservano il loro antico fascino, nella fantasmagorica scelta dei colori così come nello straordinario intreccio narrativo che si dipana con sorprendente continuità sino alla volta con un voluto effetto di avvitamento dello spazio figurato.

Testi di Lidia Tosi

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Storia

Quando nel 1556 e nel 1559 le trattative di pace tra gli Stati sanzionarono la
restituzione ai Farnese del Ducato, la città di Parma, scelta come nuova capitale, si
presentava impreparata all’appuntamento.
L’assenza di una sede principesca imponeva infatti alla coppia ducale, Ottavio
Farnese e la moglie Margherita d’Austria, la ricerca e l’approntamento di una
dimora dotata di dignità e di rango. Non appena ne ebbe la possibilità, Ottavio
promosse pertanto un’attività di acquisizione e di aggregazione di aree non costruite
poste nell’Oltretorrente e circostanti l’antico castello voluto dagli Sforza, i cui primi
lavori di riattamento iniziarono al 1561.
Il luogo era in parte caduto in disuso; prossima al cuore della città ma nello stesso
tempo separata da esso, l’area era particolarmente adatta anche perché dotata di
un’ampia disponibilità di spazi che avrebbero consentito di allestire il “Giardino del
Duca” negli appezzamenti circostanti il “Castello”.
Quest’ultimo veniva nel frattempo ingentilito e trasformato in un palazzo
residenziale all’altezza del nuovo ruolo, in armonia con la consuetudine delle regge
signorili cinquecentesche. La tipologia era quella delle dimore fiorentine e romane
che gli stessi Farnese avevano edificato e stavano edificando in quegli anni (si
vedano Palazzo Farnese di Roma e quello di Caprarola).
Il progetto iniziale del nuovo Palazzo, redatto da Jacopo Barozzi detto il Vignola
(1507-1573), fu realizzato da Gian Francesco Testa (1506-1590). Già all’inizio del
XVII secolo il Palazzo fu modificato e ampliato: prima, nel 1600, da Simone
Moschino (1560 ca.-1610), poi, nel 1627, da Girolamo Rainaldi (1570-1655), che
potrebbero aver aggiunto in fasi distinte i cortili e gli avancorpi laterali all’iniziale
struttura a pianta quadrilatera.
La veste decorativa esterna del Palazzo era stata caratterizzata, fin dall’inizio, dalle
due grandi rampe di scala che portavano alla grande Fontana collocata al primo
piano, dinanzi all’ingresso meridionale del palazzo. Posteriormente era stato
probabilmente allestito un giardino privato alla quota del piano nobile.
Era però la fontana della facciata a costituire la vera meraviglia artistica e
tecnologica del Palazzo: celebrando con la propria magnificenza la nuova reggia dei
Farnese, essa qualificava infatti il rapporto tra il Palazzo e il Giardino che si stava
apprestando. Costruita nel 1564 dall’ingegnere Giovanni Boscoli (1524-1589),
coadiuvato da tecnici ed esperti di idraulica italiani e tedeschi, l’opera era stata
successivamente ornata da Simone Moschino con l’aggiunta di statue raffiguranti
personaggi mitologici. Di questa celebrata fontana di cui si è potuto solo ipotizzare
un modello ricostruttivo, non si conoscono con certezza né la struttura, né
l’immagine, né il funzionamento, per la scarsità di testimonianze precise e affidabili
che ne rimasero dopo il suo abbattimento avvenuto verso la fine del XVII secolo.
La vita del Palazzo, nonostante la straordinaria veste che andava assumendo in virtù
delle grandi opere di decorazione interna eseguite da artisti di spicco del tempo, tra
cui Girolamo Mirola, Jacopo Zanguidi detto il Bertoja, Agostino Carracci, Jan Sons,
Cesare Baglione, Gian Battista Trotti detto il Malosso, Luca Reti e molti altri, non fu
sempre fortunata.
Dopo il massimo splendore raggiunto all’epoca di Ranuccio I, con il figlio di lui,
Odoardo, assorbito da impegni militari e assai meno attento alla vita di corte, il
Palazzo decadeva sino ad una sorta di silenzioso semiabbandono, da cui fu
risvegliato solo negli ultimi due decenni del secolo XVII per volere del nuovo Duca
Ranuccio II, che aveva dato l’avvio ad opere di rinnovo del Giardino e del Palazzo,
in cui Ferdinando Bibiena (1657-1743) provvide a chiudere le logge che
collegavano il corpo centrale agli avancorpi.
Le guerre di Successione, nella prima metà del Settecento, e il periodo prolungato
della reggenza, furono ragione di un’ulteriore decadenza. Sarà l’Infante Don Filippo
di Borbone a rinnovare l’impegno di una completa revisione del Palazzo che,
spogliato dei beni e delle opere d’arte dal fratello di lui Don Carlo, tuttavia tornava a
risplendere di nuovi capolavori e di nuova vita, grazie all’intervento dell’architetto
Ennemond Alexandre Petitot (1727-1801) e agli artisti della sua cerchia.
In particolare, Petitot nel 1767 conferì al Palazzo un aspetto più sobriamente
classico, aggiunse il mezzanino alle ali laterali, sopraelevò gli avancorpi di un piano
e risistemò la facciata nord. Secondo alcune ipotesi, fu lui ad asportare le due grandi
scalinate anteriori progettate dal Vignola, insieme con la grotta che si apriva tra di
esse, in cui fino ad un secolo prima era collocata la fontana.
Nuovi lavori, tra cui la ristrutturazione dei due scaloni, furono compiuti nei primi
decenni dell’Ottocento da Nicolò Bettòli (1780-1854) per volontà della Duchessa
Maria Luigia.
Con il declino degli antichi Stati e l’avvento dell’Unità d’Italia, il Palazzo conobbe
impreviste destinazioni (tra le altre, ospitò un collegio e divenne successivamente
sede del Governo provvisorio degli Stati Parmensi nel 1859). Divenuto Bene
Comunale nel 1865, veniva destinato a sede della “Scuola Militare di Fanteria”, poi
denominata “Scuola di Applicazione di Fanteria”.
Significativamente danneggiato dal bombardamento del 1944 (soprattutto nell’ala
ovest), venne recuperato e nel 1953 diventava sede del Comando della Legione dei
Carabinieri di Parma.

 

Indirizzo: Centro storico

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