Castello Di San Michele O Della Contessa

Castello Sardegna, Cagliari - Cagliari

Epoca
XIII Secolo
Visitabile
Si, pagamento
Proprietà
Comune

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Descrizione

Il Castello di San Michele sorge sull'omonimo colle, in posizione dominante sulla città di Cagliari. Di pianta quadrangolare, presentava in origine quattro grossi torrioni angolari, di cui attualmente ne rimangono solo tre; i più antichi, risalenti alla fase pisana del castello, sono quelli di NE e NW. Le mura sono organizzare attorno ad un'ampia corte centrale sulla quale si aprono le porte dell'ingresso e del corpo di fabbrica, oggi distrutto, che s'avanzava internamente dal muraglione orientale. I camminamenti di ronda, in origine organizzati su due piani, sono oggi interamente distrutti. Il torrione SW presenta una robusta scarpa bugnata e, in alto, strette feritoie, mentre quello di NW è adornato da una grande finestra a tutto sesto. Attorno alla struttura sono evidenti le opere di fortificazione fatte dai Piemontesi nel XVIII secolo, quali il fossato e ulteriori mura di cinta.

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Storia

Gli storici del passato riferiscono che sulla sommità della collina di San Michele, prima del castello, era un convento di certosini. In realtà sulla presenza dell’ordine di San Brunone in Sardegna non si hanno notizie: è dunque forse il caso di pensare ad altri ordini, soprattutto di ispirazione benedettina, come i camaldolesi, i vallombrosiani, i vittorini etc., se si vuole pensare esclusivamente ad ordini monastici d’ispirazione cattolica. Ma nulla vieta di pensare che il convento sul colle di San Michele potesse risalire al tempo della penetrazione monastica greca, come il culto stesso dell’arcangelo Michele potrebbe far supporre. Un’altra quanto mai esile traccia potrebbe costituire il nome greco di Calamatias, che sembra aesse un borgo ai piedi della collina. Anche di questo borgo abbiamo notizie dagli storici, ma non dai documenti. Comunque qualcosa più di un’ipotesi doveva essere rimasta dell’antico convento se, ancora nel secolo scorso, lo Spano nella sua Guida di Cagliari del 1861 riferisce di un oratorio dedicato a San Michele, nel castello, dove si sarebbe celebrata una messa ogni anno, il 29 settembre. Di questo oratorio non v’è, all’interno del castello, ormai più alcuna traccia.

Il castello di San Michele fu edificato dai Pisani, probabilmente all’inizio del XIII secolo, e di questa fase restano ancora due torri (NE e NW), parte delle mura e uno dei due stemmi sulla porta. Nel 1323 sbarcarono in Sardegna gli Aragonesi, guidati dall’infante Alfonso che, nel 1324, concedeva in feudo al fido Berengario Carroz, il capostipite dei Carroz conti di Quirra, il centro di Sinnai, a patto che con i redditi del feudo venisse restaurato il castello di San Michele. Berengario Carroz stava allora nella Cittadella fortificata di Bonaria, edificata dagli Aragonesi per assediare i Pisani, chiusi a Castello di Castro.

Nel muro di cinta di questa nuova “città” aragonese era compresa anche la splendida basilica di San Saturno, che viene descritta grande e bella come la cattedrale di Lerida “…esgleya de Sent Sadorn que es tan gran com la Seu de Leida…”. E doveva essere davvero tanto grande se poteva contenere 50 cavalieri e 500 “sirvents” e tuttavia fu smantellata pezzo a pezzo, proprio da Berengario Carroz, come ci dice un documento del 7 giugno 1327, che usò i marmi, i fregi e tutto ciò che era bello e di pregio per adornarne le sue case e i suoi palazzi e probabilmente anche il Castello di San Michele, se è vero che negli scavi Salinas del 1966 furono ritrovati marmi pregiati, eleganti bifore e un altare carcareo raffinatamente scolpito.

Tenere un castello non era, per i castellani, comunque una sine cura: intanto erano obbligati a risiedervi con la famiglia, a tenerlo munito per la difesa e per la guardia giorno e notte, a rifornirlo costantemente di armi e viveri e in caso di guerra a comunicare con gli altri castelli, di notte, per mezzo di fuochi. Il governatore li ispezionava almeno tre volte l’anno e dunque era impossibile derogare. Oltre a questi obblighi i castellani di San Michele avevano anche espressamente obblighi inerenti al riarmo e al riaddobbo dei fabbricati. Ma i castellani di San Michele si sentivano, nel loro castello, ed erano dei veri e propri sovrani ed avevano infatti giurisdizione alta e bassa, “mero et mixto imperio”; e si sentivano così al sicuro da proteggere e accogliere criminali e malfattori nel loro castello di San Michele, che avevano ribattezzato “de bono vicino” o di “bonvehì”. Artale de Pallars, capitano e luogotenente del regno, scrisse spesso al re Pietro IV il Cerimonioso, lamentandosene e sottolineando il pericolo che andava diventando, per i cittadini di Cagliari, la vicinanza di un simile covo di banditi.

Non fu certo l’unico a lamentarsi dei Carroz: ci provò anche l’arcivescovo di Cagliari col pretesto che il castello era costruito su terreno della Chiesa, ma la famiglia dei Carroz era troppo potente, troppo vicina e amica di quella reale perché potesse temere sanzioni e reprimende di alcun genere, nonostante la criminosità delle azioni. Anzi, Berengario Carroz ebbe dal re, nel 1358, più di 40 feudi sardi, quasi un piccolo stato. E’ forse proprio di questo periodo la prima immagine che possediamo del castello di San Michele, cui era stata aggiunta una terza torre, più alta, ma costruita in modo assai più sciatto ed esteticamente meno elegante delle due torri pisane. Anche uno dei due stemmi sulla porta potrebbe essere aragonese.

Nel 1398 il re Martino il Vecchio d’Aragona, in guerra con gli Arborea per il possesso dell’intera Sardegna, manda soccorsi in uomini e argento per restaurare e difendere il castello di San Michele e quello di Acquafredda; ma abbiamo notizie di altri approvvigionamenti precedenti a questa data e persino una delibera del predecessore di Martino, il fratello Giovanni I il Cacciatore, che con carta del 14 febbraio 1397 aveva disposto norme precise per difendere il castello di San Michele, norme che vediamo in vigore ancora ai primi del Quattrocento. Se questi castelli costavano molto alla Corona d’Aragona, in uomini, derrate e denaro, è certo che era una spesa che dava i suoi frutti: questi castelli, infatti, compreso il nostro, furono gli unici baluardi a restare in mano aragonese, insieme a Cagliari e Alghero, quando le truppe arborensi di Mariano IV d’Arborea conquistarono tutta la Sardegna, intorno al 1370.

Non così accadde cento anni dopo, nel 1470, durante la rivolta di Leonardo de Alagòn contro il vicerè Nicolò Carroz d’Arborea, che voleva negargli la successione al marchese oristanese. Facilmente l’Alagòn occupò terre e castelli, compresi quelli di Monreale, Sanluri e San Michele, fino ad assediare Cagliari. E’ a questo periodo che risale la leggenda della escavazione di una galleria che avrebbe unito il castello di San Michele a quello di Sanluri. Ovviamente si tratta di una esagerazione, ma una galleria sotterranea (la cosiddetta “via della fuga”) è probabile che esistesse davvero e forse se ne può ancora trovare traccia in un breve tratto ancora esistente e che sbocca a mezza costa del monte.

Dopo la breve occupazione da parte delle truppe dell’Alagòn, il castello di San Michele tornò in possesso ai Carroz, conti di Quirra, ma forse non un gran guadagno per gli abitanti di Cagliari, se dobbiamo tener fede a una carta reale del 26 luglio 1479, con cui si ratificano vari capitoli, fra cui uno in cui si ingiunge che si osservino le disposizioni dirette ad impedire che gli abitanti del castello di San Michele insultino e molestino per l’avvenire i cittadini di Cagliari. Evidentemente la tendenza dei Carroz a circondarsi di malfattori ed assassini era una tara ereditaria. Al 17 ottobre del 1500 risale poi un’altra curiosa testimonianza: si tratta di una delibera dell’ufficio della Procurazione reale, con cui si stabilisce di distruggere le beccherie impiantate, col permesso della contessa di Quirra, Violante Carroz, alle falde del castello di San Michele, perché pregiudizievoli ai diritti regi. Una strana vita doveva fervere sul monte di San Michele e lo abitavano certo strani e inquietanti personaggi. E certo il più temibile doveva essere quella “contessa di Quirra” che era coinvolta in tante torbide storie e perfino, pare, nell’omicidio di un prete. E’ da questa donna, che doveva morire, pentita, in convento, che il castello di San Michele fu detto anche “della contessa”. In questo periodo era comunque un castello importante, tanto da dare il suo nome a una baronia piuttosto estesa, di cui facevano parte i paesi di Assemini, Sestu, Settimo, Sinnai, Mara, Selargius e Uta. Ed è in questo periodo che l’architetto Giorgio Palearo Fratino lo disegna, in una sua carta geografica del cagliaritano, con quattro torri: questa del 1577 è l’unica immagine del castello di San Michele con quattro torri.

Nei primi mesi del 1625, annunciandosi una invasione piratesca, furono approntate opere di difesa nel castello di San Michele, ma fu solo nel 1637, durante l’attacco di Oristano da parte delle truppe francesi del conte d’Harcurt, che il castello di San Michele viene per la prima volta munito di pezzi d’artiglieria. Qualche anno più tardi, nel 1625, mutate la contingenza e le esigenze, durante una tremenda epidemia di peste che decima la popolazione sarda, il castello viene utilizzato come lazzaretto. Quando gli Spagnoli, e con loro i Carroz, abbandonarono la Sardegna, che passò prima all’Austria e subito dopo al Piemonte, nel 1720, il castello di San Michele scadde d’importanza e cominciò lentamente a diventare un rudere.

Nel 1716 era stato restaurato e gli furono aggiunti rampari e garitte: altri restauri li ebbe nel 1736; resta una relazione minuziosa di tutte le riparazioni fatte alle fortificazioni di Cagliari, compreso il castello di San Michele. Nel 1761 è l’architetto Belgrano che studia il miglior modo di usufruire del castello di San Michele per la difesa di Cagliari e il 22 gennaio del 1762 presenta un preventivo delle riparazioni occorrenti. Al 24 novembre del 1772 risale un’altra relazione sulle riparazioni e “provvisioni indispensabili farsi nel 1773 a beneficio delle Fortificazioni e regie Fabbriche di Cagliari e Castello di San Michele”. Nel 1773 quando la “Francia rivoluzionaria” tenta l’invasione della Sardegna, il castello di San Michele fa parte integrante del sistema difensivo contro la flotta francese, guidata dall’ammiraglio Truguet, giustificando così tutte le spese fatte.

Nel 1820 il castello di San Michele diviene una caserma di un corpo di soldati invalidi, ma già nel 1826 il Della Marmora nel suo Voyage può definirlo “…castello rovinato…”. Tanto è vero che al 2 novembre 1833 risale un progetto per la ristrutturazione del castello e sua utilizzazione come polveriera. Fortunatamente il progetto non andò in porto, ma il castello nel 1840 fu parzialmente smantellato e venduto poi, nel 1860, dal Demanio a privati. Dalla Guida dello Spano del 1861, già citata, sappiamo tuttavia che, nonostante tante vicissitudini, ancora a quell’epoca il castello aveva il suo ponte levatoio e la sua saracinesca ancora funzionanti.

Nel 1895 il castello diventa proprietà del marchese Roberto di San Tommaso, che lo fa restaurare sotto la direzione di Dionigi Scano e fa piantare i pini sulle pendici del colle. Il castello viene dichiarato monumento nazionale. Fra il 1929 e il 1930 viene compiuto un altro piccolo restauro e viene montata una stazione radio militare. Tutto il colle è zona militare. Nel 1966 negli scavi Salinas di cui abbiamo già parlato si trovano reperti interessanti in quella che viene definita “cappella dell’arcangelo Michele” e che è probabilmente l’oratorio di cui parlava lo Spano, ma di cui, comunque, oggi non v’è più traccia. Nel 1977 la stazione radio militare della marina viene smantellata dal colle. Negli anni Novanta, dopo un lungo periodo di abbandono, il castello è stato restaurato ed ospita attualmente il Centro Comunale d’Arte e Cultura.

 

Bibliografia

F. Fois, Castelli della Sardegna Medioevale, Silvana Editoriale 1992.

 

Indirizzo: Sommità del Monte San Michele, Cagliari

Facilities



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