Castello Della Baronessa Di Poira

Castello Sicilia, Catania - Paterno

Epoca
Visitabile
Si, gratuito
Proprietà
Privata

Il Castello è chiuso per pericolo crolli

Descrizione

Mi trovo sulla Strada delle Valanghe, a metà tra il territorio di Catania e quello di Enna. Si vede che questo è territorio di confine: il paesaggio è completamente differente, adesso. Agli aranceti si aggiungono coltivazioni di grano su colline. Qui il colore delle colline muta con il mutare ciclico delle stagioni. Arrivo ad una vecchia casa cantoniera, che ha la sigla della provincia di Enna.

Imbocco la strada di fronte la casa cantoniera, che sale su per una collina; sono diretta alla mia destinazione finale: il poggio di Poira. Attraverso i campi di grano, e poi sempre più rari aranceti. I muretti di confine, qui, sono di pietra calcarea bianca, e di marna sfaldabile. Oltrepasso un bivio, scelgo la strada che porta fino alla cima. La salita si interrompe all’improvviso e mi trovo in un piatto, vasto terrazzo naturale –la cima di Poira-, accecata dal biancore delle murature di un grande rudere.

E’ il cosiddetto “Castello della Baronessa di Poira”, sede di una masseria fino alla fine dello scorso secolo, imponente complesso edilizio costituito da quattro grandi corpi di fabbrica con funzione abitativa, di magazzino, di riparo per gli animali e religiosa.

Mi avvicino: le murature sono invase da piante spontanee: è difficile leggere l’andamento dei corpi di fabbrica, ed è anche rischioso addentrarsi. I primi ambienti che scorgo sono quelli di una piccola cappella, con le decorazioni a stucco in parte conservate, per lo più cadenti, e una ampia cisterna ricavata in un vastissimo ambiente posto sotto la quota del terreno. Mi avvicino, sento l’eco della mia voce rimbombare, e frastuono di colombi selvatici, che dentro hanno fatto nido. Penso che certamente varrebbe la pena di intraprendere uno scavo serio di Archeologia Industriale in questo luogo, e che è un peccato il modo in cui è mantenuto. Ma non sono qui per questo.

Mi aggiro per il complesso, mi faccio strada tra le erbacce. Mi trovo in quella che un tempo doveva essere l’ampia corte della struttura. La facciata è squarciata; ciò mi dà l’opportunità di osservare gli ambienti in sezione: stanze con cucine, vasche, abbeveratoi sono visibili al piano terreno; nei muri laterali osservo i colombai, e vicino ciò che resta degli ambienti destinati a stalla. Ai piani di sopra le stanze destinate alle abitazioni; una scala in muratura collega i due piani, ma ha l’aspetto pericolante, e io scelgo di non avventurarmi.

I frammenti di ceramica castellucciana che scorgo sul piano di campagna mi fanno capire che l’area è frequentata sin dal Bronzo Iniziale (2200- 1400 a. C.); quelli a vernice nera, che imitano le produzioni greche, mi riportano ad una vecchia ipotesi di G. Rizza, che ha parlato di questo poggio come sede di un centro indigeno che ha avuto forti contatti con la cultura greca dopo la colonizzazione, anche se probabilmente non si tratta del centro di Inessa- Aitna, verosimilmente da localizzare presso Civita, a S. M. Licodia. In questa zona è venuto alla luce un grande muro di cinta, studiato da D. Adamesteanu, che attesta la presenza di un insediamento in una ampia area tra questa collina e il vicino Poggio Cocola; i materiali permettono di datare le mura tra il VI e il V secolo a. C.. Nel 1995 sono stati effettuati scavi dalla Soprintendenza di Catania, che hanno portato alla luce i resti di una necropoli ellenistica, tombe con splendidi corredi funerari, tuttora inediti. Per il periodo romano non abbiamo attestazioni; si ipotizza una possibile fase tardoantica nel sito del complesso di Poira; a N del “Castello della Baronessa” è visibile una grotta, da S. Borzì denominata, un po’ fantasiosamente, “Grotta degli Schiavi” e interpretata come Ergastulum, cioè luogo di ricovero degli schiavi alla fine della giornata lavorativa in una possibile fattoria circostante.

Non so, di preciso, se le ipotesi sopra citate potranno trovare conferma in evidenze archeologiche certe. Le numerose buche dei clandestini mi ricordano, invece, che anche questa è una zona molto sfruttata dal commercio illegale di beni archeologici.

Abbiamo un tesoro nel sottosuolo, che appartiene alla comunità e che viene depredato in continuazione. Ma è difficile fare capirlo in Sicilia, dove il senso dell’appartenenza ad una comunità è compreso solo nella pretesa all’assistenzialismo. O forse il fatto è che abbiamo talmente troppa bellezza, e pensiamo di potere permetterci di perderne un po’, o che non sia un delitto poi così grave, che qualcuno la gestisca illegalmente o la trascuri.

Sono giunta alla fine del mio itinerario. Il tramonto su Poira è fantastico.

Penso che il sole non ce lo può togliere nessuno, né la mala politica, né i delinquenti. Tutto il resto dovremmo iniziare a difenderlo quanto prima. Prima che davvero possa essere troppo tardi, perché un patrimonio non si rigenera da solo. Deve essere studiato, conservato e valorizzato. Perché il nostro patrimonio è l’espressione più tangibile del valore che noi oggi abbiamo.

Testi di Anna Lisa Palazzo

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Storia

 

Indirizzo: Contrada Poira

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