Castello Di Venere

Castello Sicilia, Trapani - Erice

Epoca
XIII Secolo
Visitabile
Si, gratuito
Proprietà
Comune

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Descrizione

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Prezzi ed orari

Come raggiungere

da Trapani ci sono tre strade che vi giungono e il posto si trova a circa 800 metri dal livello del mare .

La tua esperienza personale può essere di grande aiuto agli altri viaggiatori. Grazie!



barbara33

  • 15/08/2011

Vi aggiorno su un punto il castello di Carini è visitabile..ma si paga 3 euro quota adulto ed 1,50 quota x bambino...saluti....è vero che l'arte deve vivere..ma i bambini xchè pagare?

Storia

Il Castello di Venere sorge su una rupe isolata nell'angolo sud-orientale della vetta e fu sede nell`antichità di un famoso culto mediterraneo della fecondità. L'importanza del santuario prima e del castello dopo fu sempre rilevante, tanto che secondo un'antica leggenda raccolta da Diodoro Siculo (I sec. a.C.), lo stesso Dedalo vi avrebbe costruito un ponte in muratura.

L'importanza militare del castello fu sempre ritenuta rilevante per il possesso e il controllo del territorio, tanto che Don Garzia Toledo, viceré di Sicilia nel 1561 e don Carlo d'Aragona, presidente del Regno nel 1576 ritennero quella del monte San Giuliano una delle piazze piú importanti del Vicereame spagnolo, insieme con quelle delle città di Siracusa, Messina ed Agrigento. La fortezza fu "piazza reale" fino al XVI secolo, e vi risiedette anche un presidio di soldati. Nei primi dell'800, con la riforma amministrativa del Regno delle Due Sicilie, il castello divenne proprietà del Comune. Il Castello è preceduto da strutture di fortificazione avanzata - oggi chiamate "Torri del Balio"- verosimilmente medievali che recingevano un profondo abisso che separava la rocca del castello vero e proprio, collegata solo attraverso un ponte levatoio, di cui ci parla il viaggiatore arabo Ibn-Giubayr (sec. XII). Nel sec. XVII il castellano Antonio Palma colmò l'abisso e costruì I'attuale cordonata a gradini, interna alle opere di difesa avanzata. Verso il 1872 circa, la cortina merlata occidentale fu spostata all'indietro, isolando le "Torri cedute dal Comune al conte Agostino Pepoli, allo scopo di consentire dall'esterno l'accesso al "Castello" che continuava ad essere adibito a carcere. La facciata del castello, volta ad occidente, è sovrastata da merli ghibellini, e il muro del complesso segue, con rientranze e sporgenze il contorno della rupe. Sulla porta d'ingresso, ad arco ogivale, è incassata una grande lapide calcarea recante l'arme degli Asburgo di Spagna, sovrastata da una elegante bifora trecentesca, difesa da una caditoia nascosta da grossi lastroni. Una seconda bifora coeva alla prima si apre sulla parete di tramontana. A destra, nel vano d'ingresso, si aprono i locali del "carcere sottano" e in una cella sono ancora visibili le catene per i prigionieri. Sopra il "carcere sottano" si aprivano le piú ampie celle del "carcere soprano", riservato ai nobili. L' adiacente abitazione del castellano, dal Carvini descritta come grande e sontuosa, è stata distrutta insieme a tutta una serie di edifici che si estendeva lungo i bordi di questa piattaforma, dagli scavi del Cultrera, mirati al rinvenimento del tempio romano, e di tali strutture rimane solamente una accurata pianta nel manoscritto settecentesco di Vito Carvini. Nella parte meridionale della spianata si può osservare l'imboccatura di una galleria segreta che era sotterranea rispetto agli edifici scomparsi, conduceva fuori il castello. Secondo una tradizione orale, probabilmente leggendaria, dal castello attraverso un lunghissimo cunicolo sotterraneo, si perveniva alla pianura di fondovalle nei pressi del porticciolo di Bonagia. Sempre sul lato meridionale, si osservano una serie di caditoie, a bocca di lupo, dopo di cui si apre un posto di guardia dal cui sperone roccioso è possibile dominare l'orizzonte. Attigui all'atrio d'ingresso, sono visibili i resti delle suspensurae di un piccolo ambiente termale verosimilmente di epoca romana. A Nord nel profondo precipizio, che gli antichi cronisti chiamavano "la xacca", nell' erta parete rocciosa di tramontana si innalza il muro attribuito a Dedalo, composto di dodici filari orizzontali di pietre pulitamente squadrate e sovrapposti ad opus rectum, che per il Cultrera servì ad ampliare la spianata del témenos del tempio.

I vari rifacimenti della struttura del castello, impiegarono anche i reperti architettonici del romano "tempio" di Venere Ericina, tanto che del tempietto di epoca romana non rimangono che pochi rocchi di colonna e frammenti di fregio calcareo decorato con perline ed anelli su una fascia di intacchi verticali, visibili nelle vicinanze dell'ingresso al posto di guardia e nella parte centro-orientale della spianata. Del tempio abbiamo ancora una raffigurazione in una moneta di Considio Noniano del 60 a.C., mentre dagli scavi del Cultrera del 1934-36, è emerso una piccola parte di muro perimetrale coperto d'intonaco rosso e di un piccolo lembo di pavimento a mosaico bicolore, oggi scomparso. Da tali rinvenimenti il Cultrera avanzò l'ipotesi che il tempietto sia stato di un edificio tetrastile, orientato da nord-est a sud-ovest di piccole dimensioni. Oltre all'ipotesi del Cultrera venne formulata dal Pace una seconda ipotesi per cui il tempio era una costruzione a pianta rotonda, analogo al tempio romano di Porta Collina eretto, secondo Strabone (60 a.C.-20 d.C.) a somiglianza del tempio ericino. I resti del mosaico di cui abbiamo fatto cenno, si rinvennero nei pressi del pozzo detto "di Venere", posto nella zona settentrionale del Castello, probabimente una cisterna per la raccolta delle acque piovane o un capace granaio.

Dalla fortezza provengono certamente la gran parte degli oggetti di interesse artistico e storico ritrovati a Erice: iscrizioni, statuette, monete, frammenti bronzei o ceramici etc. rinvenuti principalmente dalle forre e pinete sottostanti il castello, in cui per un largo raggio (località chiamata "i Runzi") si rinviene ancor oggi una grandissima quantità di frammenti archeologici. Tali ritrovamenti in passato dovettero essere frequentissimi se Carvini nel sec.XVII ( Erice antica e moderna, sacra a e profana) scrisse: &laqno;... sotto i precipizi della fortezza... giornalmente... si cavano idoletti di pietra, o di rame, o alcuna volta in oro, marmi e mattoni scritti, frammenti di vasi antichi, gemme di anelli con caratteri, candele di terra cotta di diverse foggie,chiodi di rame piccoli e grandi lancie e cuspidi di saette di rame, e alcuni lavori di rame pure rotti e intieri, difficili a sapersi a che cosa se ne servissero gli antichi: I'anno 1592, venuta la licenzia nel regno di Filippo secondo re di Spagna di felice memoria di potersi senza incorrere in pena, cavar tesori, il che prima era vietato, tra mattoni rotti là furon trovate da persone, ch'ivi avean sognato esser moneta, tre capi umani di marmo, e tra essi un idoletto di bronzo, che sembra una femmina con veste lunga, col capo coperto e con le braccia aperte...". I "tre capi umani di marmo", oggi smarriti, erano certamente relativi al monumento eretto da Lucio Apronio console d'Africa e dal figlio Apronio Cesiano, dopo la vittoria contro il re dei Numidi, l'africano Tafarino nel 20 d.C.. Monumento e iscrizioni, per il Mommsen, furono dedicati a Venere Ericina, con le tre statue degli Apronii e della dea.
Le "Torri" del Balio

Vi si accede per l'ingresso di tramontana, che dà sul giardino del ''Balio". Congiunte da robuste cortine merlate, chiudono il recinto interno. Sulla torre centrale, il Pepoli ricostruì la preesistente torre pentagonale, demolita nel sec. XVII perché dall'alto di essa era possibile "battere" con armi da fuoco, in caso di rivoluzioni o sommosse, I'interno dell'acropoli. Al pianterreno si dice esservi un pozzo sorgivo, ma la cosa è dubbia considerata la alta quota del sito. Alla fine del secolo scorso, ai piedi della cortina orientale delle "Torri", il conte Pepoli effettuò una trincea di scavo in un grosso accumulo di materiale archeologico, ricchissimo di frammenti di anfore, con bolli figulini e graffiti ai quali dedicò una interessante pubblicazione. Si trattava verosimilmente di uno scarico in cui vennero gettate per molti secoli anfore ed vasi di ogni dimensione. Tale collezione, insieme a numerosi oggetti di valore storico ed artistico raccolti dal Pepoli, è oggi conservata nel Museo Pepoli di Trapani.
Panorama

Dal castello si può osservare una amplissima porzione di territorio, la catena dei monti che cingono la pianura di Trapani, la lingua di Capo San Vito, il promontorio di Cofano, la costa con il porticciolo di Bonagia, Trapani, Marsala ed, a filo d'orizzonte, Mazara del Vallo. Sul mare le isole Egadi e quando le condizioni di visibilità lo consentono l'isola di Ustica a nord-est, quella di Pantelleria a sud. 

 

Indirizzo: Via Castello di Venere

Facilities