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Descrizione

Il Castello di Gabiano è annoverato tra i più vasti e antichi manieri del Monferrato. Fondato dal leggendario marchese Aleramo nel X secolo, passa nei secoli tra le mani delle più importanti famiglie nobili d’Italia.

Dal 1600 la stessa famiglia promuove un’attività culturale ed enologica atta a captare la valenza del territorio ed estrarre al meglio la materia prima. Gli attuali discendenti, i Marchesi Cattaneo Adorno Giustiniani desiderano promuovere la tradizione vinicola del casato, proponendo vini di alta qualità.

All’interno di questa piccola microarea, Gabiano vanta due piccole ed esclusive DOC: il Gabiano DOC (Barbera 95% e Freisa 5%) ed il Rubino di Cantavenna DOC (Barbera 75%, Grignolino 10% e Freisa 15%).

Per gli amanti dei soggiorni di charme, un’affascinate palazzo collocato nel borgo medievale apre le sue porte. Recentemente ristrutturate, arredate ed arricchite dei più moderni comfort, le suite sono dotate di soggiorno con camino, angolo cottura, camere con letto a badachino, bagno ensuite, tv e wifi.
Per un benessere d’altri tempi, una riservata piscina tra giardini all’italiana e mura storiche ed un parco secolare dove perdersi lungo labirinti segreti e alberi secolari.

Collocato sotto i portici, un fornito emporio in cui è possibile assaggiare e comperare, oltre ai vini della tenuta, anche altri selezionati prodotti della tradizione locale. Nella sala degustazione si organizzano momenti di approfondimento come corsi di analisi sensoriali del vino che proseguono nelle cantine medievali e nei vigneti ad anfiteatro.

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fabrizio

fabrizio

  • 17/01/2013

castello di charme ed accoglienza superiore!

Storia

Situato in posizione dominante sulla valle del Po, il castello di Gabiano, tra i più antichi e i più vasti del Monferrato, viene citato dalle fonti già nell’VIII secolo.

Nel 1164 viene donato da Federico Barbarossa al Marchese Guglielmo II del Monferrato e, conteso nei secoli da vari casati, viene infine ceduto nel 1624, assieme al marchesato, dal duca Ferdinando Gonzaga ad Agostino Durazzo a saldo dei debiti contratti dalla corte di Mantova con la nobile famiglia genovese.

La dinastia dei Durazzo discenderebbe da Giorgio di Durazzo di Albania che, a causa delle persecuzioni dei Turchi, avrebbe abbandonato la sua terra e sarebbe approdato a Genova nel 1389. Da artigiani della seta a mercanti tra Genova, Anversa e Venezia, i Durazzo raggiungono il culmine del loro potere alla fine del Cinquecento con il passaggio dall’attività commerciale a quella finanziaria e con la conquista del dogato nel 1573. Nove Durazzo sono stati dogi della Repubblica di Genova.
La loro tradizione di cultura e magnificenza, testimoniata dai grandiosi palazzi e ville nel genovesato, si tramanda da Giacomo Filippo II (1672 - 1764) al nipote Giacomo Filippo III (1729 - 1812), che, collezionista d'arte e bibliofilo, costituisce un'importante e vasta biblioteca ricca di preziosi manoscritti, incunaboli, cinquecentine e volumi rari. Fondatore nel 1782 dell'Accademia Durazzo, è noto anche come naturalista e fondatore del primo museo genovese di storia naturale.

Nella sua residenza in via Balbi, il Palazzo Durazzo Pallavicini, commissionato all’architetto Bartolomeo Bianco nel 1618 da Giò Agostino Balbi, Giacomo Filippo avvia nel 1774 i lavori per la costruzione dello scalone in stile neoclassico ad opera dell’architetto Andrea Tagliafichi che effettuerà alcuni interventi anche nelle ville di Multedo e Cornigliano. Nello stesso periodo intraprende il “ristoro” del castello di Gabiano trasformandolo in “palazzo di villeggiatura”. Il suo interesse per la botanica lo induce a curare, in particolare, lo sviluppo del giardino e il suo ampliamento. I lavori di ristrutturazione del castello iniziano nel 1789 e terminano nel 1793.

Nell’Ottocento un pesante restauro ne cancella l’aspetto turrito e soltanto nel 1907, in seguito al crollo di una torre, il marchese Giacomo Durazzo Pallavicini decide di ripristinare il carattere medievale del manufatto e di riportarlo alle sue forme originarie, iniziando dalla ricostruzione dell’ala sud. Su consiglio di Alfredo d’Andrade, Soprintendente ai monumenti di Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, il marchese chiama il giovane architetto Lamberto Cusani, che aveva già effettuato alcuni lavori di restauro in Emilia.

La filologica ricostruzione del castello e del borgo medievale con i suoi fabbricati agricoli e vinicoli traduce con grande abilità gli insegnamenti di d’Andrade, ideatore del Castello e Borgo medievale nel parco del Valentino, un compendio spettacolare di architetture piemontesi e valdostane del XV secolo, costruito nel 1884 in occasione dell’Esposizione Nazionale di Torino. L’opera di d’Andrade (Lisbona 1839 - Genova 1915) è il riferimento costante per i metodi seguiti, per l’analisi del linguaggio architettonico e artistico, ma anche per lo studio del costume, degli arredi, degli utensili, degli oggetti quotidiani che Cusani ripropone nel castello di Gabiano in una riuscitissima sintesi. Teso alla ricognizione storica, all’indagine archeologica e materica e alla comprensione dei dettagli costruttivi, egli tenta una ricostruzione filologica prendendo spunto da foto e stampe del castello prima del crollo. Vengono messi a nudo i vecchi muri cercando gli elementi preesistenti, le bifore, gli archi, le feritoie. Per le facciate, ad esempio, che presentavano finestre allineate in modo uniforme e chiuse da persiane, propone una soluzione con finestre ogivali, rinvenute in parte sotto l’intonaco ottocentesco.
Non tralascia, però, le esigenze del committente: la torre viene ricostruita più alta dell’originale perché sarebbe risultata “troppo tozza” verso la strada e verso il paese. Ciò comporta “per esigenze estetiche” anche l’innalzamento del loggiato delle trifore.

I lavori di restauro, interrotti con l’avvento della Grande Guerra, vengono ripresi all’inizio degli anni Venti. Matilde Durazzo Pallavicini "con squisito senso artistico, vuole ridonare al suo castello l’originario splendore di maniero medievale" scrive l’architetto, che con artisti e maestranze si prodiga con entusiasmo in questa “poetica rinascita del castello”, dove “sembra che il tempo scorra a ritroso nei secoli: si vive in un’atmosfera medievale”.

Nei suoi disegni di progetto di questa seconda fase dei lavori, che si protrae almeno fino alla metà degli anni Trenta, donne in abiti quattrocenteschi attingono acqua al pozzo e cavalieri armati di elmo e spada scrutano l’orizzonte da finestre a trifora che in sezione rivelano la presenza di tapparelle.
“Poiché questo castello”, come scrive Cusani, “oltre alla ricostruzione estetica, esige accorgimenti moderni per le persone che lo abiteranno, si curano anche i servizi sanitari ed ogni stanza viene corredata di bagno” in una raffinata alternanza di piastrelle in ceramica bianche e nere o bianche e rosse. Anche le cucine sono studiate perché siano “attrezzate e funzionanti” e dotate di cella frigorifera in netto contrasto con gli arredi del cosiddetto “camerone degli armati”, della sala del trono o della sala da pranzo medievale.

Quest'ultima, ad opera dei fratelli Arboletti di Torino, riproduce fedelmente quella della Rocca del Valentino. Discendenti dall'intagliatore Carlo (Trino Vercellese 1855 - Torino 1938), già attivo nel castello di Camino Monferrato e vincitore della medaglia d'argento all'Esposizione di Torino del 1884 per l'esecuzione di alcuni mobili della Rocca, gli Arboletti realizzano anche l'arredo della Camera Marchionale su modello della camera da letto del castello Bonoris di Montichiari nel Bresciano, eseguita tra il 1900 e il 1906 con evidenti rimandi alla camera baronale della Rocca.

Negli interni sono ravvisabili altre reminiscenze del modello torinese: nella cappella e, in particolare nel vestibolo in cui si nota un riscontro puntuale nel pavimento in mattoni a spina di pesce, nella volta a crociera, nella porta d’ingresso archiacuta, nel pancone in pietra lungo la parete e nella presenza del ritratto della Madonna con figlio, qui dipinta ad encausto dal pittore Donnino Pozzi (Fontanellato 1894 - Parma 1946).

Anche all’esterno Cusani riprende elementi che d’Andrade ha riproposto nel Castello del Valentino rifacendosi ad antiche descrizioni e stampe, come l’uso della palizzata di cinta composta da tronchi d’albero a punta conica conficcati nel terreno oppure l’utilizzo, in parte delle mura perimetrali, dei ciottoli di fiume che, immersi nella calce, sono disposti a strisce orizzontali e inclinati alternativamente a destra e a sinistra, creando un motivo decorativo. Dalla ricostruzione della “casa di Avigliana”, all’interno del Borgo medievale, Cusani trae ispirazione per la facciata del “Palazzotto” nel borgo di Gabiano, caratterizzata da un intonaco a liste ondulate bianche e rosse che torna sovente anche nelle pareti interne del castello, così come il motivo delle losanghe è ripreso dal cortile del Castello torinese, copia a sua volta di quello di Fénis in Val d’Aosta.

Alcuni aspetti sono comunque caratteristici dei castelli monferrini, collocati solitamente a coronamento di un colle, dove spiccano in lontananza con le loro tipiche merlature bifide, cioè ghibelline, assai più frequenti di quelle guelfe a terminazione piatta. Un altro elemento inconfondibile delle torri del Monferrato è la decorazione a denti di sega, solitamente in diversi corsi, generalmente ottenuti con lo sfalsamento di tre mattoni, quasi sempre aggettanti, rarissimamente complanari.

Nella sua descrizione dattiloscritta del castello, Cusani illustra il percorso di visita, partendo dalla “grande croce, simbolo di devozione, caratteristica quasi costante dei borghi e dei castelli valdostani e monferrini”, collocata presso l’arco d’ingresso, sovrastato da una “torretta merlata, con feritoie, costruite in pietra e cotto, … di recente costruzione a imitazione di quelle che facilmente ritroviamo in molti castelli della zona”.

Ci conduce poi nel cortile con la fontana ottagonale decorata da altorilievi “ad imitazione dell'antico” raffiguranti scene di vendemmia realizzati dagli scultori parmigiani Dossena e Rossi su disegno dell’architetto. Al centro della grande vasca si erge un tralcio di vite con foglie e grappoli in ferro battuto, realizzato, come annota Cusani, da “un artigiano locale, Priora, che vi lavorò un anno e mezzo, volto a simboleggiare il prodotto tipico del Monferrato ed i prelibati vini che si producono nelle grandiose cantine del castello”. Cusani prende spunto dalla fontana ottagonale con l'albero del melograno in ferro battuto che si trova nel cortile del castello valdostano di Issogne restaurato da d’Andrade per l’amico pittore Vittorio Avondo a partire dal 1872 e riproposta nel Borgo del Valentino.

In linea con gli insegnamenti del maestro portoghese, Cusani, infatti, ricerca motivi autentici negli altri castelli valdostani e monferrini, mentre nelle chiese piemontesi trova ispirazione per il disegno dei mobili e delle suppellettili.

Effettua numerose trasferte con gli artigiani, per lo più parmigiani, anche al Museo d’Arte Medievale di Torino, diretto da Vittorio Viale, al quale, come si legge nella corrispondenza epistolare, Cusani chiede nel 1928 una “tavola boiserie” da far riprodurre all’intagliatore Metrone Cialdini e nel 1935 alcuni esemplari di “servizi da tavola e bicchieri dell’epoca del 1400 circa”, dalle cui forme trae ispirazione, aggiungendovi lo stemma Giustiniani.

L’emblema araldico della castellana, assieme all’iniziale del suo nome, torna come leitmotiv scolpito in pietra sulle pareti esterne in cotto, cesellato in grate, inferriate e stendardi in ferro battuto, dipinto nelle decorazioni pittoriche dei muri interni e infine sul torrione ad opera del pittore Tito Peretti (Parma 1903 -1980) che esegue anche le decorazioni dell’androne di accesso alla sala del biliardo. La marchesa stessa viene ritratta assieme al consorte Giacomo Durazzo Pallavicini negli affreschi della Sala della Cavalcata realizzati da Latino Barilli, ormai pittore affermato, che tra il 1929 e il 1930 dipinge anche la cappella, la sala da gioco, la sala delle armi e la scala con gli stemmi delle varie dinastie di Gabiano, con un’iconografia ovviamente adeguata allo stile medievale del castello.

Latino Barilli (Parma 1883 - 1961), figlio del pittore Cecrope, fa parte di una famiglia di artisti, letterati e musicisti che, a Parma dalla seconda metà dell'Ottocento, intreccia la sua vicenda alla vita culturale cittadina con esiti eccellenti anche sul piano nazionale e internazionale. Con Cusani aveva già collaborato, in qualità di aiuto di Amedeo Bocchi e di Daniele De Strobel, nel 1911 in occasione della ricostruzione della Camera d’oro del castello di Torrechiara allestita nel padiglione emiliano-romagnolo all’Esposizione Regionale Etnografica di Roma, così come Metrone Cialdini (Parma 1887 - 1940) ne aveva eseguito i mobili e le suppellettili.

Nell’operazione di allestimento della Camera d’oro il giovane Cusani, assillato dal dubbio tra riproduzione e necessità di completamenti richiesti dal Comitato Esecutivo, dopo aver attuato un’attenta ricerca sulle fonti storiche, ricrea gli arredi perduti prendendo spunto da esemplari ancora esistenti. Da questa esperienza trae insegnamento per la ricostruzione filologica delle numerose stanze del castello di Gabiano, tra cui si annoverano, ad esempio, per la spettacolarità, la Camera Marchionale, la Camera della Battaglia e la Camera Savoia.
Il tema del castello medievale, che nell’Ottocento si porta appresso tutte le implicazioni di carattere letterario, coinvolge e affascina diversi architetti, con interventi non sempre filologicamente corretti.

Lo stesso d’Andrade, che con Camillo Boito pone le basi del moderno restauro scientifico, si concede assai più alla fantasia nel restauro dei castelli. Nel Monferrato ristruttura i castelli di Tagliolo e di Molare e, sulla sua scia, altri castelli vengono ripristinati in linea con la riscoperta del gusto gotico del XIX secolo.

All’inizio del Novecento, contemporaneamente al restauro di Gabiano, incominciano i lavori di ripristino del castello di Cereseto, acquistato dall’industriale torinese Riccardo Gualino nel 1908 con l’intento di creare “…un bel castello di quelli medioevali con le cinte merlate e gli spalti turriti, con le gronde protese e gli archi acuti o penduli…”.

Rispetto all'intervento di Cusani a Gabiano, l’ingegnere incaricato del restauro, il casalese Vittorio Tornielli, realizza il sogno del committente con una ricostruzione fantastica più vicina alla ridondanza dei modelli coppedeiani che alle teorizzazioni filologiche di d’Andrade.

Nel progetto degli interni, che si protrae fino agli anni Venti, denota un’indagine di manufatti piemontesi e lombardi e di varie raccolte museali filtrata, però, attraverso l’esuberanza di Gualino collezionista, il quale abbina autentici capolavori a copie di arredi in stile, dal gotico al Luigi XVI, eseguiti dagli stessi fratelli Arboletti, esulando dalla rigorosa ambientazione medievale del castello di Gabiano.

Testo a cura di: Silvia Barisione

Araldica

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Indirizzo: Via San Defendente, 2

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